Ascensore sociale? Ma per chi è nato tra il 1980 e il 1994 è una discesa senza freni

Ascensore sociale? Ma per chi è nato tra il 1980 e il 1994 è una discesa senza freni

L’Italia d’altri tempi, quella mitologica dove l’ascensore sociale funzionava come una Mercedes a cinque marce e i figli potevano ambire a un futuro migliore di quello dei genitori, è ormai relegata ai libri di storia. Dire che l’ascensore sociale sia inceppato è un eufemismo, perché in realtà si sta muovendo… rigorosamente verso il basso. Secondo il rapporto annuale dell’Istat, appena sfornato, chi è nato tra il 1980 e il 1994 ha più probabilità di precipitare nelle categorie meno agiate della scala sociale che non di scalarla. Tra gli occupati dai 32 ai 46 anni, la mobilità discendente raggiunge il raffinatissimo 27,1%, mentre quella ascendente si ferma al modesto 25,1%.

In soldoni: per i trentenni e quarantenni con genitori liberi professionisti o impiegati bianchi, rischiare di scivolare verso mestieri a bassa qualifica e poco remunerati è più facile che guadagnare un gradino verso l’alto. Un fenomeno che non nasce ieri: già qualche anno fa, con i nati negli anni Settanta, studi accennavano questa tendenza, ma adesso sembra proprio accentuarsi. Gli anni del dopoguerra, quelli in cui si saliva con una certa frequenza nella scala sociale, sono solo un ricordo sbiadito. E sì, l’Italia continua a vantare una mobilità sociale “assoluta” sorprendentemente alta: il 73,6% degli occupati nati tra il 1980 e il 1994 si ritrova a 30 anni in una classe lavorativa diversa da quella dei genitori (contro il 70,8% dei nati prima del 1950). Peccato però che cambiare non equivalga più a migliorare.

Guardando con occhio clinico alla posizione lavorativa a 30 anni, per mettere a confronto stati sociali omogenei, notiamo che la fetta dei medi dirigenti e professionisti – una specie in forte ascesa tra la generazione dei genitori, passata dal 5,4% al 17,7% – cresce in modo assai più modesto tra i figli, da un onesto 15,5% a un più modesto 19,2%. Simmetricamente, gli operai si riducono, ma chi perde da un lato perde anche dall’altro: aumentano invece i lavoratori poco qualificati nei servizi, che in tutte le generazioni sono «circa il doppio rispetto ai genitori» e sfiorano il 20% proprio per chi è nato tra 1980 e 1994. Tutto ciò mentre molti sognano l’ascensore sociale, perché l’illusione è sempre salva.

Il bello arriva quando si parla di mobilità relativa: quella che misura quanto ancora contino le radici familiari sulle prospettive di vita e carriera. Sorprendentemente, nell’arco di tempo preso in esame, l’eredità sociale ha leggermente perso peso. Oggi, infatti, l’incidenza delle origini sul destino dei figli è un po’ più debole che in passato: l’indicatore che misura quanto la posizione dei genitori influenzi quella dei figli è sceso da un impietoso 2,2 per la generazione più anziana…

Peccato che questo calo dell’influenza familiare non si traduca più in una concreta ascesa sociale, ma semplicemente in una maggiore incertezza sul futuro. L’insegna luminosa della mobilità sociale sembra quindi trasformarsi in una fredda luce al neon che illumina più il precipizio che la scalata. Insomma, non stiamo assistendo a un’Italia che produce nuove élite, ma a un’Italia in cui il successo diventa sempre più un colpo di fortuna – e la discesa, purtroppo, una statistica in crescita.

Italia è servito: salire la scala sociale è diventato un’impresa degna di un film d’azione, mentre restare nella propria classe sembra un comodo divano per i fortunati nati in famiglie abbienti. Sì, avete capito bene: la mobilità sociale si è ridotta drasticamente, e non stiamo parlando di un episodio passeggero, ma di un vero e proprio declino delle opportunità per chi non nasce con il vassoio d’argento.

L’Istat è stato così gentile da dirci che la possibilità di avanzare nella gerarchia sociale è scesa a un generico 1,7 per i più giovani. Potrebbe sembrare poco, ma in realtà è un’enorme pugnalata alle speranze: oggi è diventato più difficile arrivare ai piani alti, nonostante tutti quei corsi e lauree che dovrebbero essere l’ascensore sociale moderno. Nel frattempo, però, le poltrone di lusso si sono ridotte: meno posti per i rampolli, meno scalini per chi parte dal basso.

Nel frattempo, per chi è nato in famiglie di grandi imprenditori e dirigenti, l’ascensore sociale è più che un lusso: è un’abitudine. Il loro diritto esclusivo alla stanza dei bottoni continua indisturbato. La probabilità che i figli mantengano la stessa classe sociale è più di dieci volte superiore rispetto a chi proviene da origini umili. Al contrario, per i figli degli operai non qualificati, l’obiettivo di raggiungere l’elite sembra più un miraggio che una possibilità concreta, come documenta chiaramente l’Istat.

Ah, e per chi pensa che l’istruzione possa correggere questi squilibri, preparatevi a un’amara delusione. Il rapporto sottolinea il progressivo indebolimento del potere dell’educazione come scudo sociale. Tra quelli nati prima del 1950, oltre l’80% dei laureati finiva nelle classi più agiate della società — imprenditori, dirigenti e professionisti. Oggi, quella percentuale è caduta a un modesto 60%. E per gli “eroi” diplomati, la situazione è drammatica: la presenza in lavori a bassa qualificazione nel settore dei servizi è quasi raddoppiata dalle generazioni più anziane a quelle nate tra il 1980 e il 1994, passando dal 12,1% al 26,7%. Il sogno meritocratico, dunque, sembra più un incubo che una realtà.

Naturalmente, non tutto è perduto per tutti. Le donne, per esempio, sembrano godere di un’effimera stagione d’oro nel cammino verso l’ascensore sociale. In tutte le generazioni monitorate, mostrano mobilità ascendente molto maggiore rispetto agli uomini. Tra le nate tra il 1980 e il 1994, il 78,6% occupa una posizione diversa da quella di origine a 30 anni, mentre solo il 69,8% degli uomini può vantare lo stesso “risultato”.

Però, mentre per gli uomini la mobilità verso il basso supera quella verso l’alto, per le donne la situazione è appena migliore, anche se i margini si stanno assottigliando. Curioso, visto che le donne partivano da livelli occupazionali molto più modesti e hanno approfittato come nessuno dell’espansione dell’istruzione e dell’accesso crescente alle professioni qualificate e agli impieghi.

Il mito della mobilità sociale smascherato

In definitiva, la meritocrazia in Italia è diventata una barzelletta triste: l’educazione non garantisce più la scalata sociale, mentre il retaggio familiare rappresenta un porto sicuro per pochi privilegiati. Il sogno di riscatto individuale è morto soffocato da una struttura sociale immobile e ostile al cambiamento. E tutto questo mentre continuiamo a riempirci la bocca di slogan sulla società aperta, sull’eguaglianza delle opportunità e sulla carriera basata esclusivamente sul merito.

Ma tranquilli, i grandi imprenditori e i loro rampolli possono dormire sonni tranquilli: le loro poltrone non sono in vendita, e il sistema è programmato per mantenere intatti i privilegi di nascita. Per tutti gli altri, invece, preparatevi a giocare una partita impari, dove l’ascensore sociale ha perso l’olio e scende più spesso di quanto salga.

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