Roma finalmente ha un nuovo re, perché era ora che qualcuno spezzasse questo incantesimo. Quando il Foro Italico si alza in piedi e riversa tutta la sua emozione sul campo centrale, Jannik Sinner alza lo sguardo e abbraccia con gli occhi ciascuno dei 12.500 spettatori, come se fossero i protagonisti di una pellicola eterna. Dopo un’epoca di silenzio durato cinquant’anni, l’albo d’oro degli Internazionali vede nuovamente un nome italiano brillare accanto al titolo.
Il perfetto comprimario Casper Ruud recita il suo ruolo con dignità: «Complimenti alla federazione italiana per il lavoro che sta facendo, certo nel calcio è andata diversamente», commenta con ironia nel post-partita, a testimonianza che anche il tennis è un mondo a sé. Se lo scorso anno il norvegese aveva racimolato appena un game in semifinale, quest’anno la storia migliora: un dignitosissimo 6-4 6-4 in un’ora e 45 minuti di una partita che dall’esterno sembrava ben poco spettacolare, ma che alla fine si è rivelata un capolavoro di tensione e tecnica.
Con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella comodamente seduto in tribuna insieme a una nutrita rappresentanza di governo e sotto quel sole romano che sembra appena uscito da un postcard, il primo set sorride però poco a Sinner, che si trova subito a rincorrere: un parziale di 8 punti a uno e il relativo break subito lo fanno arrancare. Il motore del giovane azzurro sembra un po’ arrugginito, ma un immediato controbreak riequilibra l’incontro fino al 4-4. E qui, come nei film, arriva la svolta: tre palle corte consecutive di Sinner, come stoccate di fioretto, fanno capitolare Ruud, che dopo aver combattuto come un eroe al termine di un’estenuante battaglia alza bandiera bianca. Il primo set è nella tasca di Jannik.
Il secondo set comincia con un break e prosegue come un treno, fino a una vittoria finale per 6-4 che consegna a Sinner la 34ª vittoria consecutiva e la corona di stella nascente del tennis azzurro. Mani sul volto, sorriso largo, l’emozione di una liberazione storica.
Sinner ha commentato così dopo la battaglia: «Non è stato un tennis perfetto, ma ho cercato di dare tutto me stesso. Ho portato il mio fisico al limite e ce l’ho fatta. Sono davvero felice che dopo mezzo secolo un altro italiano sia riuscito a vincere questo trofeo in un momento così scintillante per il nostro tennis».
In un momento degno di una sceneggiatura hollywoodiana, Sergio Mattarella scende in campo per la cerimonia della consegna della coppa, accompagnato dall’illustre presenza di Adriano Panatta. Proprio il presidente della Repubblica ha la grazia – e la scelta simbolica – di passare il testimone a chi si prepara a scrivere un nuovo capitolo epico nella storia del tennis italiano.
Sinner con un pizzico di autoironia confessa: «È sempre un’emozione estrema aver qui il signor Mattarella, ammetto che mi metto sempre in posizioni un po’ scomode quando c’è lui». In quella stretta d’abbraccio con Panatta c’è molto più di un gesto formale: si chiude definitivamente un’era e se ne apre una nuova.
La casella “Roma” nel prestigioso albo d’oro è stata finalmente riempita, e con Novak Djokovic – l’unico altro atleta che ha vinto tutti i Masters 1000, ma ormai trentunenne – a fare da lontano testimone, non resta che attendere la sfida decisiva a Parigi. Solo allora il 1976 leggendario di Panatta potrà davvero cedere il passo a un presente capace di inseguire il futuro con fuso orario tutto italiano, ed evitare di vivere eternamente in un’era che sembra più un museo che una realtà sportiva concreta.



