Si chiamava Monica Montefalcone, professoressa associata in Ecologia presso l’Università di Genova, volto noto anche in tv e cara amica di tanto mare da far invidia a un pesce. Ricercatrice e studiosa infaticabile dell’ambiente marino, è tristemente tra le persone scomparse durante un’immersione vicino a Alimathaa, nelle idilliache Maldive. L’Università di Genova ha confermato il fatto con la delicatezza di un treno in corsa. La docente era nota per il suo incrollabile amore per il mare e per guidare con autorevolezza progetti prestigiosi come Talassa, GhostNet e MER “A16-A18”, che nulla avevano a che fare con una delle peggiori tragedie subacquee degli ultimi tempi.
Non è da tutti lasciare un nome così impresso nel mondo accademico e mediatico, eppure pare impossibile che una esperienza maturata in immersioni marine si sia conclusa in modo così drammatico. Eh già, perché in questo contesto paradisiaco si è consumato un disastro che ha tolto il respiro a cinque italiani, inclusa la nostra stimata professoressa, durante una visita subacquea estrema in una grotta a 50 metri di profondità. Un dettaglio insignificante, a quanto pare.
La tragedia nascosta sotto una superficie idilliaca
Immaginatevi cinque italiani, che volevano solo esplorare un buco sottomarino come se fosse una normalissima gita domenicale. La realtà? Un tuffo nella più seria tragedia subacquea: un’escursione che si è trasformata in un incubo. Ovviamente, non poteva mancare la “poca” chiarezza sulle cause effettive di questa sciagura, che ha scosso soprattutto la comunità scientifica e non solo.
Le ipotesi più creative: dalla tossicità dell’ossigeno alle stranezze di un mare troppo limpido
Come in ogni buona tragedia contemporanea, l’ipotesi che spicca tra tutte è quella della “tossicità dell’ossigeno”. Sì, avete capito bene: l’ossigeno, il miracolo della vita, avrebbe fatto invece il colpo gobbo. La tossicità per immersioni prolungate a certe profondità non è proprio l’argomento da bar, ma sembra essere l’unica spiegazione razionale accettata, almeno per ora. In altre parole, respirare troppo bene può uccidere, se lo fai troppo in profondità. Logico, no?
Questa brillante teoria ha gettato benzina sul fuoco di domande che gridano vendetta: come è possibile che un gruppo di professionisti così esperti e preparati abbia incappato in un errore tanto fatale? Forse gli strumenti o i dispositivi utilizzati erano solo decorativi? Ah, la scienza… che sa essere così imprevedibile.
Nel frattempo, la campagna di monitoraggio condotta proprio da Monica Montefalcone alle Maldive, che avrebbe dovuto essere un esempio di scienza applicata alla tutela ambientale, si trasforma in un doloroso simbolo di fragilità umana, di fronte alle insidie invisibili del mare.
La questione non è solo tecnica o scientifica: si tratta di un monito a chi gioca con la natura senza forse ragionare abbastanza sulle conseguenze. Oggi come oggi, quel mare lì, che sembrava promettere solo bellezza e scoperte, ricorda che la realtà ha spesso un lato più oscuro. Il mare non perdona, nemmeno se sei un’illustre professoressa con anni di esperienza. Complimenti, davvero.



