Mattinata da incubo: materassi dati alle fiamme dopo il dramma di un 26enne che voleva andarsene

Mattinata da incubo: materassi dati alle fiamme dopo il dramma di un 26enne che voleva andarsene
Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Milano, in via Corelli. Un giovane di appena 26 anni ha tentato, con un coraggio inversamente proporzionale alla lucidità, di levarsi la vita – notizia che forse coglierà qualcuno di sorpresa, ma che avrebbe dovuto essere all’ordine del giorno in un contesto tanto “sereno”.

Fortunatamente, tra una burocrazia lenta e protocolli discutibili, il ragazzo è stato prontamente salvato e trasferito in ospedale con codice giallo. Nel frattempo, la polizia ha ovviamente aperto una pratica per accertare i fatti, immagino con molta solerzia e attenzione.

Non passa neppure un’ora e, come se un semplice gesto di disperazione non fosse abbastanza, altri “ospiti” del centro decidono di accendere la miccia, dando fuoco a qualche materasso. Il risultato? Una densa nube di fumo nero che ha gentilmente ricordato a tutti che l’atmosfera al CPR non è certo quella di un cinque stelle.

I vigili del fuoco di Milano, ogni volta ovviamente chiamati a fare la figura degli eroi in situazioni che evocano più un film di bassa lega che una gestione degna di questo nome, sono intervenuti tempestivamente domando il principio d’incendio e salvando la situazione. Nel frattempo il personale del 118 si è occupato di assicurare che nessuno si sentisse troppo intossicato o troppo distratto.

Un tentativo di suicidio con tanto di intervento d’emergenza

Il tentativo disperato del giovane è avvenuto poco prima delle 17. Sul posto sono giunte le ambulanze e il personale medico con il solito codazzo di sirene rosse e luci lampeggianti, forse più per dare un senso di urgenza a una realtà che di urgente non ha che il disagio umano degli intrappolati. Il ragazzo viene trasferito in ospedale in condizioni definite fuori pericolo – siamo certi che la parola “pericolo” qui abbia un significato assai relativo.

La scintilla del disordine: materassi in fiamme

Un’altra scena da manuale dell’assurdo si svolge poco prima delle 18: alcuni detenuti della struttura decidono di bruciare i materassi usati per dormire, contribuendo così a far alzare un pepato fumo nero sopra quella che dovrebbe essere una “cura” per la loro condizione. Il pomeriggio si tinge, così, di una surreale e fumosa protesta, che obbliga l’intervento di ben tre mezzi antincendio.

Fortunatamente, a differenza del primo episodio, questa volta nessuno è rimasto intossicato. Resta intatto quel senso di inefficienza e sofferenza che si respira in un luogo dove la parola “accoglienza” è evidentemente stata smarrita da tempo in qualche ufficio distante e disattento.

Quando parlare di suicidio diventa un rebus

Parlare di suicidio è un bel guazzabuglio di responsabilità e ipocrisie. Se ti trovi in una situazione disperata, ti ricordano, puoi chiamare il 112 – perché no, niente di più indicativo di una chiamata a un numero unico europeo per un gesto così personale e drammatico. Se conosci qualcuno in crisi, si suggeriscono anche numeri verdi e servizi di ascolto assortiti, disponibili con orari più o meno decenti, a seconda della loro reale volontà di aiutare.

Qui non si tratta solo di numeri o procedure, ma del modo in cui una società decide di gestire chi ha ormai perso ogni barlume di speranza. Tra fuochi improvvisati e tentativi di fuga dalla vita, si staglia l’amara realtà di un sistema che più che proteggere sembra internare vittime di se stesso, dimenticando che dietro ogni numero e ogni protocollo c’è una persona sconfitta.

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