Ah, la magia delle fusioni amichevoli nel mondo scintillante dell’intrattenimento! David Ellison, il gran capo di Paramount Skydance Corp., si è fatto notare varcando la statua più scenica del Capitol Hill durante il discorso sullo Stato dell’Unione a Washington. Ma attenzione, la sua impresa da quattro soldi non è passata inosservata agli arcigni legislatori sia d’oltreoceano che d’oltre Manica. Pare infatti che l’acquisizione proposta di Warner Bros. Discovery sarà sottoposta al solito tortuoso esame della burocrazia europea, che promette di non dargliela vinta facilmente.
Un trio di parlamentari europei, affiancato da due democratici della Camera USA, ha pensato bene di spedire a Ellison una lettera – per niente amichevole – ricordandogli che il sì degli azionisti di WBD a una fusione non è il lasciapassare per il Club della Concorrenza. Hanno sottolineato, come se non lo sapessimo già, che nell’Unione Europea ci sarà un controllo maniacale su definizioni di mercato, quote, sostituibilità dei clienti, integrazioni verticali e tutte quelle amenità regolatorie che servono a mantenere una parvenza di competizione.
Se vi aspettavate un «via libera» rapido come una corsa in bicicletta nella campagna francese, beh, chi si è illuso è stato rimesso al suo posto. Ecco cosa scrivevano i parlamentari americani Sam Liccardo e Deborah Ross, accompagnati dai colleghi europei Nathalie Loiseau, Brando Benifei e Andreas Schwab:
“Alcune dichiarazioni pubbliche che suggeriscono una minima verifica regolatoria o un’approvazione lampo per questa operazione sono quanto meno premature.”
Il messaggio è chiaro: non contate di passare inosservati o di fare la festa al mercato senza qualche investigazione approfondita. E non è tutto: la combinazione di due colossi come Paramount e Warner Bros. non promette solo un mega archivio di franchise e servizi streaming per tutti i gusti, ma anche un potenziale disastro per la competizione. Immaginate che novità, una sola entità che può dettare legge su produzione di film, licenze, distribuzione teatrale e streaming. Il risultato? Meno scelta per noi, poveri consumatori ignari, e prezzi magari più succosi. È un vero incubo da evitare, a meno che non vi piaccia essere presi per il naso.
E come se tutto ciò non bastasse a scuotere il sonno degli amanti del pluralismo mediatico, nuovi occhi critici si posano sulla fusione anche per quanto riguarda l’indipendenza editoriale. Dopo che Skydance ha messo le mani su Paramount, hanno deciso di sbaragliare la concorrenza comprando “The Free Press” e piazzando la cofondatrice Bari Weiss come direttrice di CBS News. Strano tempismo, vero? Per non parlare della clausola da film thriller chiamata “ombudsman”, introdotta come contropartita dopo che Paramount ha sborsato 16 milioni a Donald Trump per una querelle legale sul famigerato servizio “60 Minutes” con la allora vicepresidente Kamala Harris. Roba da far tremare i polsi anche agli spettatori più disincantati.
I legislatori ammoniscono esplicitamente che questa fusione potrebbe mettere a rischio il pluralismo e la democrazia dei media, richiedendo misure interne rigorose per garantire che le decisioni editoriali restino lontane dagli interessi degli azionisti – in particolare quei misteriosi investitori stranieri dai paesi terzi. Un invito implicito a non trasformare l’informazione in un elegante burattino delle multinazionali.
Per chiudere il quadro con un tocco da grande finanza globale, l’accordo ha un prezzo da capogiro: 31 dollari per azione, con un bel gruzzolo di 7 miliardi pronto a saltar fuori come “penale” nel caso in cui il matrimonio non passi le vendite dei regolatori. Il denaro? Beh, non solo credito e i buoni uffici del padre di David Ellison, quel Larry Ellison co-fondatore miliardario di Oracle, bensì anche una trasparente fetta di quasi 24 miliardi provenienti da fondi sovrani di stati del Golfo Persico. Perché niente dice “trasparenza” come i soldi di quelli che economicamente parlano coi sultani, giusto?
Insomma, un’operazione che promette spettacolo, non solo sul grande schermo, ma anche nei palazzi della politica e delle regole antitrust. Mentre Ellison sogna di chiudere il piano entro settembre, noi possiamo solo attendere pop-corn alla mano e osservare come questa sceneggiata verrà gestita tra cavilli legislativi, interessi incrociati e – perché no? – qualche goccia di sana, vecchia ironia.
E non è finita: verso fine aprile, Paramount ha fatto la sua “bella” richiesta alla Federal Communications Commission (FCC) per il finanziamento straniero indiretto, dato che possiede niente meno che il network CBS. Scelta azzardata? Gli allarmi suonano forte, come sempre quando si parla di soldi esteri che mettono le mani sui media americani.
I legislatori si sono scatenati in una lettera a Ellison: strutture finanziarie del genere sono un ricettacolo di dubbi su questioni delicate come sicurezza nazionale, indipendenza editoriale, influenza da parte di stati esteri e non ultima la review proprio del nostro amato CFIUS, soprattutto considerando che il protagonista qui gestisce dati sensibili degli utenti e grossi asset mediatici concentrati nelle stesse mani. Roba da non dormire la notte.
Parliamo di un problema che non è solo americano: nell’Unione Europea, dicono, non mancherebbero problemi analoghi se entrano in scena fondi sovrani stranieri. L’applicazione del famoso Foreign Subsidies Regulation è lì a ricordarci che anche in Europa il quadro è tutt’altro che semplice.
La revisionaccia garantita
Ora, proprio per coccolare la nostra fiducia pubblica (che è cosa seria, mica roba da bar), i legislatori si impegnano a far passare questo matrimonio societario attraverso un processo di revisione rigoroso e… trasparente. Nonostante qualche esponente della FCC, come il presidente Brendan Carr, si sia lasciato sfuggire che la pratica verrà probabilmente approvata “piuttosto in fretta”. Magari perché fretta vuol dire meno domande scomode?
Ovviamente la FCC non è l’unica a dire la sua su questa commedia degli errori: non ha l’ultima parola sul deal, e la prudenza non è mai troppa quando si parla di fiducia pubblica e controllo delle influenze straniere su mezzi di comunicazione così influenti.
Gli stessi legislatori hanno voluto mettere i puntini sulle “i”: chi pensa che questa fusione abbia già superato tutti gli ostacoli regolatori è fuori strada e dovrebbe ricontrollare. Insomma, non è mica una formalità da poco, ma qualcosa di potenzialmente esplosivo sotto il cappello di “azione commerciale”.
In un mondo dove mettere tutte le uova nello stesso paniere può significare perdere ogni indipendenza, la concentrazione di potere mediatico e di informazioni sensibili nelle mani di pochi, e oltretutto stranieri, è un cocktail pericoloso da servire sul piatto politico e sociale. Se non altro, mettiamo in conto che la discussione sarà tutt’altro che noiosa. E chi spera di vedere un semplice timbro di approvazione, prepari la sceneggiatura per una telenovela dai risvolti geopolitici degni di un thriller.



