Quel solco immenso che Sinner e Alcaraz hanno deciso di ignorare con classe

Quel solco immenso che Sinner e Alcaraz hanno deciso di ignorare con classe

Da «fortissimamente Sinner» a un più modesto «solamente Sinner», ammettiamolo, il salto è breve quanto l’attenzione dei tifosi nei momenti di crisi. Proprio come quella sottile linea che separa il godimento di un pasto abbondante e di qualità dalla fastidiosa sensazione di sazietà che ne segue, così è per la nostra passione tennistica: tra euforia e voglia di moderazione il passo è davvero minimo.

Il quintetto di tornei Masters 1000 – la crème de la crème dopo gli immacolati Slam – vinti di fila, quattro proprio nelle ultime settimane, prima sul cemento americano di Indian Wells e poi sulla polvere di mattoni europei di Monte-Carlo e Madrid, è un trionfo che agli italiani non dispiace affatto. Diciamolo chiaro: in oltre 150 anni di “Lawn tennis” – e perdonateci se è poco –, non avevamo mai assaporato cotanta abbuffata agonistica. Neanche i fasti di Nicola Pietrangeli o le gesta di Panatta & Co. riuscivano a centrare un picnic così ricco.

Quando spuntano nella scena sportiva Cannibali, Invincibili, Merckx o Moses, l’unica domanda sensata rimane: è lui troppo forte o tutto il resto del campo è semplicemente un raduno di figuranti? La risposta, ahinoi, è più amara di un caffè corto: il tennis contemporaneo non sa più offrire rivali che sappiano infastidire davvero il duopolio Sinner-Alcaraz, che in questi ultimi due anni si sono spartiti con dovizia troni e feudi, vincendo pressoché tutto ciò che conta.

Ora però che il giovane spagnolo è costretto al ritiro temporaneo per un polso infortunato – con rischio di fermo prolungato –, la nostra “dittatura” tutta italiana potrebbe finalmente prendere piede. Ottimo, sì, ma qualcuno solleva più di un sopracciglio. Come si spiega, per esempio, che il numero 3 mondiale, Sascha Zverev, si sia lasciato massacrare a Madrid con la rassegnazione del derelitto, incassando la sua nona sconfitta consecutiva, un laconico 6-1, 6-2 in appena 57 minuti? Oppure, come resista ancora “aggrappato” al quarto posto il leggendario quasi 39enne Novak Djokovic? Che si continui a poter leggere nomi poco altisonanti – Sinner, Alcaraz, Zverev, Djokovic, Auger-Aliassime, Shelton, Fritz, De Minaur, Medvedev e Musetti – nei primi dieci della classifica mondiale non fa che confermare un triste panorama da “casting senza star”.

Al confronto, il ranking dei mostri sacri degli anni ‘80 suona ormai come il programma di una seria tv d’azione: nel maggio 1986, dietro al titanico Ivan Lendl, fioccavano nomi pesanti come Mats Wilander, John McEnroe, Boris Becker, Jimmy Connors, Stefan Edberg e Yannick Noah. Nomi che facevano tremare il polso anche ai più coraggiosi. Neppure nell’era d’oro dei Big Three – Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic – accompagnati da fuoriclasse come Andy Murray, Stan Wawrinka, Juan Martin Del Potro o David Ferrer, il divario tra i giganti e la pattuglia di rincalzi era così abissale e apparentemente incolmabile. Anzi, persino il leggendario Federer – ai suoi tempi un dio – si è sudato più di una volta tornei importanti, e quei cinque Masters 1000 consecutivi, diciamolo, mai sono arrivati.

Il vero segreto di questo strambo scenario sta nel fatto che oggi il tennis – anzi, lo sport in generale – premia la dedizione quasi maniacale, una professionalità ossessiva e la cura esasperata dei dettagli. Aggiungiamo il fatto che le superfici, un tempo così diverse da rappresentare veri e propri mondi a sé – erba, terra rossa, cemento, sintetico –, sono ora blendate in modo tale da sembrare create su misura per i nostri eroi Sinner e Alcaraz. Una studiatissima omologazione che definire “artificiale” è un eufemismo.

In un’epoca in cui tutti – e intendo proprio TUTTI – sanno “giocare bene”, e dove i rincalzi di ieri sembrano oggi spietati professionisti, l’unico modo per eccellere è chiudersi in una bolla di assoluta concentrazione. Circondarsi di staff fedelissimi e competenti, allenarsi come forsennati, nutrirsi perfettamente e programmare ogni minimo dettaglio della propria esistenza. Semplicissimo, no? No, anzi, è una missione impossibile che richiede un sacrificio totale e una resistenza mentale degna di un monaco buddista, tutto questo per mantenere una costanza da robot umano che si estende ben oltre il semplice talento o l’abilità di sprazzi isolati.

E la voglia di migliorarsi costantemente, anche quando la cima sembra ormai raggiunta? È la ciliegina sulla torta, ed è esattamente ciò che Jannik Sinner definisce la sua filosofia: essere la versione migliore di sé stesso, sempre, a prescindere da tutto.

Qualche esperto, forse ironicamente, avrebbe perfino voglia di riportare in auge il vecchio sistema del Challenge Round, in vigore a Wimbledon fino al 1922: tutti i tennisti si sfidano in un torneo preliminare e il vincitore si confronta poi con il campione uscente o il numero 1. Due finali, due coppe, e tutti ipocritamente felici. Almeno fino al ritorno del messia spagnolo, naturalmente.

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