Venti posti disponibili, trenta nazioni pronte a darsi battaglia per un solo piccolo, lusso finale: è il déjà-vu annuale dell’Eurovision, ovvero la grande festa europea della competizione musicale, piena di speranze e plot twist da soap opera. Con la pubblicazione del famigerato “running order” da parte dell’EBU e del servizio pubblico austriaco ÖRF, l’evento si veste ufficialmente da show dei record, come se la classica scaletta potesse davvero trasformare un mediocre in un fenomeno. In realtà, questa scaletta non è solo un elenco di esibizioni, ma una lunghissima statistica mascherata: negli ultimi quindici anni chi si è esibito per ultimo nelle semifinali ha avuto un tasso di qualificazione strabiliante dell’86,67%, mentre chi si trova nella seconda metà dello show si qualifica un po’ più spesso degli altri (52,67% contro 47,33%). Ah, la magia della matematica televisiva!
Nel frattempo, gli artisti in gara hanno iniziato la solita girandola di “pre-party”, quei raduni europei da Oslo ad Amsterdam che sembrano più occasioni sociali che vere prove generali, ma non fa differenza: il percorso si chiuderà con il gran finale (o almeno così dicono) al London Eurovision Party il 19 aprile. In mezzo a tanta fanfara, spicca il nostro orgoglio tutto italiano: il mai troppo amato Sal Da Vinci, che sarà sotto i riflettori ad Amsterdam e Londra, come se queste due fermate potessero garantire una vittoria o anche solo una menzione d’onore.
Immaginate la scena: Sal Da Vinci si prepara a salire sul palco di Vienna con la sua canzone “Per sempre sì”. Ecco cosa ha dichiarato, con tutta la profonda umiltà di cui è capace:
“Portare l’Italia all’Eurovision è per me un grande onore e una responsabilità che accolgo con profondo rispetto. Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di esibirmi su molti palchi internazionali e incontrare pubblici diversi, ma ogni volta che si ha l’occasione di condividere la musica italiana davanti al mondo la sensazione resta unica. La nostra tradizione musicale ha una storia straordinaria: è fatta di melodie, parole e sentimenti che da sempre riescono ad attraversare i confini e a parlare al cuore delle persone. Essere oggi tra gli artisti chiamati a portare avanti una parte di questo patrimonio mi riempie di orgoglio. Salirò su quel palco con gratitudine e con il desiderio di raccontare ciò che la canzone italiana sa fare meglio: trasformare le emozioni in brani capaci di viaggiare lontano. Perché quando una melodia nasce con verità non appartiene più soltanto a chi la canta: diventa di tutti e trova la strada per arrivare ovunque.”
Ah, i grandi valori! Nel frattempo, dal 2024, i rappresentanti dei Big 4 – cioè Italia, Francia, Germania e Regno Unito -, insieme al paese ospitante, che quest’anno si vanta di essere l’Austria, hanno il privilegio di esibirsi già nelle semifinali pur essendo qualificati di diritto alla finale. Incredibile, vero? L’Italia, rappresentata da Sal Da Vinci, aprirà la prima semifinale il prossimo 12 maggio con la speranza di incantare milioni di telespettatori con la sua “Per sempre sì”.
La serata inizierà con la Moldavia, rappresentata da Satoshi e la sua “Viva, Moldova!”, che probabilmente regalerà ai presenti un’interpretazione da ricordare (o da dimenticare). Subito dopo, in settima posizione, toccherà alla Finlandia che schiera Linda Lampenius e Pete Parkkonen, accreditati da molti come super favoriti: un bel peso per dei semifinalisti. Tra la Georgia e la Finlandia, ecco l’ingresso trionfale del nostro Sal Da Vinci. L’altra preziosa stella italiana, Senhit, che rappresenta San Marino e vanta la straordinaria partecipazione di Boy George, salirà invece sul palco in diciassettesima posizione con il suo brano “Superstar” (applausi ironici). A chiudere la prima semifinale, come sempre, una band da qualche parte, questa volta dalla Serbia: i Lavin.
La seconda semifinale, prevista per il 15 maggio, inizierà con la Bulgaria e si chiuderà con un outsider australiano, che nel frattempo si prepara a sfidare ogni previsione. Il running order della finalissima, invece, resterà una meravigliosa sorpresa rivelata soltanto nella notte tra il 14 e il 15 maggio. Già, perché è stato sorteggiato solo il posto dell’ospite di casa, quest’anno l’Austria: la priorità assoluta, per non farla sembrare troppo facile.
Da qualche parte nell’universo parallelo dell’intrattenimento televisivo, si sta per consumare quello che gli appassionati chiamano il 70° Eurovision Song Contest, ovviamente trasmesso con la pomposa solenità che solo la Rai sa offrire. Prepariamoci, perché questa edizione arriva con qualche novità che farà sicuramente discutere: la finale, in onda sabato 16 maggio in prima serata su Rai 1 per l’undicesimo anno di fila – perché cambiare qualcosa quando si può perseverare nei rituali? –, sarà la grande chiusura di un evento che non farà mancare nulla, dall’audio descrizione ai sottotitoli, fino alla traduzione in Lingua Italiana dei Segni. Insomma, accessibilità da applausi, se non fosse che il vero spettacolo sarà quello delle contraddizioni e delle esclusioni.
Le due semifinali, invece, si giocheranno martedì 12 e giovedì 14 maggio su Rai 2 e streaming su RaiPlay, corredate da radiocronaca su Rai Radio 2 e canale 202 del digitale terrestre, perché la TV generalista non basta mai. La conduzione è affidata alla neonata telecronista Elettra Lamborghini – perché evidentemente fare la cantante non basta, bisogna anche cimentarsi in ruoli improbabili – e al fedelissimo di queste scene, Gabriele Corsi, che ormai somiglia più a un monumento vivente dell’Eurovision che a un vero conduttore. Ad accompagnarli, la squadra radiofonica già collaudata, pronta a raccontarci ogni nota e ogni intoppo con la dovuta serietà che non guasta mai.
Sempre per chi ama l’inclusione ma anche un minimo di show, i performer sordi e udenti dialogheranno grazie alla traduzione in Lis e IsL delle canzoni in gara, oltre a quelle degli ospiti, e gli interpreti faranno da megafono per i due conduttori. Viva l’accessibilità che – surprise, surprise – arriva solo ora nel cuore di un evento da decenni tra i più noti in Europa.
I protagonisti e le sorprese in gara
Inutile dire che il cast è un capolavoro di coerenza: ben 35 Paesi accorsi a Vienna per giocarsi un successo che mai nessuno ha davvero capito cosa significhi. Tra i graditi ritorni – perché anche nel 2026 si fa finta che ogni anno sia unico – ci sono Romania, Moldavia e Bulgaria. Mentre, in un twist che lascia senza parole, si segnala l’assenza di Paesi Bassi, Spagna, Slovenia, Irlanda e Islanda. Uno slittamento geografico che però non toglie pepe alla gara, caratterizzata da 29 solisti – esattamente sedici donne e tredici uomini, perché la parità di genere è quasi un caso scientifico –, un duetto finlandese, un trio misto e i curiosi georgiani Bzikebi. A completare il quadro, tre gruppi: due maschili e uno femminile, le croate Lelèk. Un menù perfetto per chi ama le sfumature del pop internazionale con un pizzico di estraniamento.
Il quadrilatero delle semifinali: chi passa e chi rimane a guardare
Vediamo il siparietto delle semifinali, una vera e propria partita a Risiko musicale. La prima, martedì 12 maggio, ospiterà – nell’ordine rigoroso e apparentemente casuale che tutti amano – Moldavia, Svezia, Croazia, Grecia, Portogallo, Georgia (sì, con l’italiana appioppata nel mezzo), Finlandia, Montenegro, Estonia, Israele, Germania, Belgio, Lituania, San Marino, Polonia e Serbia. Un parterre insomma da far venire il mal di testa anche al critico più navigato.
Giovedì 14 sarà la volta di un altro dream team con Bulgaria, Azerbaigian, Romania, Lussemburgo, Cechia, Francia, Armenia, Svizzera, Cipro, Austria, Lettonia, Danimarca, Australia, Ucraina, Regno Unito, Albania, Malta e Norvegia. Una giostra internazionale dove ogni artista tenterà disperatamente di farsi notare, mentre il pubblico conta i secondi che mancano alla fine della serata.
Il vero mistero? Che, nonostante l’apparente caos e le infinite repliche di semifinale e finale, a qualcuno questo spettacolo sembra ancora intrigare. Forse è proprio il mix di esuberanza, palcoscenico e qualche incongruenza organizzativa a tener viva la fiamma dell’Eurovision: una festa europea tutta da osservare – e, perché no, deridere con classe.



