Perché gli investitori dovrebbero ancora crederci mentre tutti scappano a gambe levate

Perché gli investitori dovrebbero ancora crederci mentre tutti scappano a gambe levate

In pratica spiega:

“L’aumento dei budget NATO è cosa fatta e non si tornerà indietro. Anche il grande racconto del riarmo resterà intatto. Solo per mettere a posto le scorte di armi fornite all’Ucraina potrebbero volerci dieci anni, almeno per paesi come la Germania.”

Insomma, non sarà una passeggiata, e il settore difensivo dovrebbe ringraziare l’infausto destino che li tiene in corsa per il lungo periodo. Ma non è finita qui: Claire Titmarsh, analista di difesa presso un’importante società britannica, mette i puntini sulle i con crudo realismo.

Secondo lei, infatti, il rischio aggressione non scomparirà mai del tutto. Oltre alla guerra ucraina, gli aumenti di spesa in difesa sono motivati da problemi annosi e strutturali: anni di sottofinanziamento, la minaccia costante di Russia anche oltre l’Ucraina, e la necessità sempre più urgente per l’Europa di avere una propria autonomia strategica in difesa.

La signora Titmarsh, con una punta di cinismo ben calcolata, ci ricorda che non si può escludere che Putin decida di non rispettare nessun accordo di pace, perché, come tutti sappiamo, è un esperto nel collezionare sorprese imprevedibili.

“Se la Russia rispetterà un qualsiasi accordo di pace è altamente incerto. La storia invita alla cautela, e il comportamento del Presidente Putin è notoriamente imprevedibile.”

In parole povere: per chi sperava in un mondo dove i soldi destinati alle armi diventassero “dividendo di pace”, ci sono poco più che flebili chance. E per chi pensa che la minaccia russa svanirà con la fine della guerra, buon coraggio.

Il famosissimo indice europeo Stoxx Europe Aerospace and Defense parla da sé, trainato da questo vortice di spese e ambizioni militari, mentre i mercati giocano col panico e l’ottimismo in un carosello che mette K.O. chiunque voglia una lettura tranquilla e razionale della situazione. Insomma, un clima ideale per chi ama le montagne russe, ma non troppo per i poveri investitori che cercano da anni un riparo stabile.

Il settore Aerospaziale e Difesa ha fatto un balzo più del 50%, con certi protagonisti regionali della difesa che hanno addirittura raddoppiato il loro valore. Ora non è solo una questione tecnica o di mercato: Hensoldt e Renk condividono la visione di funzionari regionali secondo cui la Russia continuerà a essere un pericolo imminente per il vecchio continente.

In una recente performance degna di una tragedia shakespeariana, il capo della NATO, Mark Rutte, ha dichiarato senza mezzi termini che:

“Siamo il prossimo obiettivo della Russia e siamo già nel mirino.”

Ad aggiungere brio al dramma, Blaise Metreweli, capo del Servizio Segreto di Sua Maestà nel Regno Unito, ha ammonito con tono da film di spionaggio che la regione si trova minacciata da una “Russia aggressiva, espansionista e revisionista”. Immaginate il thriller, o meglio, la commedia degli errori in cui siamo tutti protagonisti involontari.

Un “dividendo di pace” che passa di moda

Il dottor Christopher Granville, direttore generale di TS Lombard, ci illumina con la sua visione chiaroveggente in un’intervista: secondo lui, il mercato sta già scommettendo su un dividendo di pace. Tradotto: pensa che il conflitto sia ormai alla fase finale, e quindi i titoli delle aziende difensive europee stiano tornando a essere poco appetibili.

Ci regala una perla di saggezza finanziaria:

“I mercati stanno prezzando un dividendo di pace, evidente nel calo delle azioni difensive europee che, fino a poco fa, avevano viaggiato a vele spiegate per un paio di anni. Noi, però, vediamo in questo calo un’opportunità di acquisto, perché quel dividendo di pace proprio non arriverà.”

Il motivo? Il rapporto fra Europa e Russia, che ormai è più teso di un elastico pronto a scattare. Per Granville, la guerra finirà con un cambiamento territoriale irreversibile in Europa causato dalla forza militare russa. Detto in altre parole, se qualcuno sperava nella fine delle spese per la difesa, meglio ripensarci.

Insomma: la cosiddetta “capacità industriale difensiva europea” avrà un incentivo enorme a espandersi, accompagnato da una spesa militare che non solo non diminuirà, ma probabilmente crescerà a vista d’occhio. Il cosiddetto “dividendo di pace” sarà quindi tutt’altro che pacifico, più una “non-pace” in salsa difensiva.

Chi crede ancora alla fantasia della pace?

Michael Field, stratega azionario di fila presso Morningstar, definisce “esagerata” la reazione ottimistica dei mercati a una possibile pace. Secondo lui, la guerra in Ucraina ha scatenato dinamiche strutturali difficili da disfare, anche se domani dovessimo firmare un trattato di pace.

In pratica spiega:

“L’aumento dei budget NATO è cosa fatta e non si tornerà indietro. Anche il grande racconto del riarmo resterà intatto. Solo per mettere a posto le scorte di armi fornite all’Ucraina potrebbero volerci dieci anni, almeno per paesi come la Germania.”

Insomma, non sarà una passeggiata, e il settore difensivo dovrebbe ringraziare l’infausto destino che li tiene in corsa per il lungo periodo. Ma non è finita qui: Claire Titmarsh, analista di difesa presso un’importante società britannica, mette i puntini sulle i con crudo realismo.

Secondo lei, infatti, il rischio aggressione non scomparirà mai del tutto. Oltre alla guerra ucraina, gli aumenti di spesa in difesa sono motivati da problemi annosi e strutturali: anni di sottofinanziamento, la minaccia costante di Russia anche oltre l’Ucraina, e la necessità sempre più urgente per l’Europa di avere una propria autonomia strategica in difesa.

La signora Titmarsh, con una punta di cinismo ben calcolata, ci ricorda che non si può escludere che Putin decida di non rispettare nessun accordo di pace, perché, come tutti sappiamo, è un esperto nel collezionare sorprese imprevedibili.

“Se la Russia rispetterà un qualsiasi accordo di pace è altamente incerto. La storia invita alla cautela, e il comportamento del Presidente Putin è notoriamente imprevedibile.”

In parole povere: per chi sperava in un mondo dove i soldi destinati alle armi diventassero “dividendo di pace”, ci sono poco più che flebili chance. E per chi pensa che la minaccia russa svanirà con la fine della guerra, buon coraggio.

Quindi, armatevi di pazienza – e forse di un bel binocolo – perché l’industria della difesa europea è pronta a un futuro brillante e pieno di… caos strategico.

Russia e Ucraina hanno iniziato a far tremare le azioni in borsa. Evidentemente, la festa non è ancora finita, anche se qualcuno vorrebbe far credere che il sipario stia calando.

Nel weekend, la coppia del momento della diplomazia americana – Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Donald Trump, e suo genero Jared Kushner – ha fatto capolino ai colloqui di pace a Berlino con il protagonista ucraino, il presidente Volodymyr Zelenskyy. E sorpresa: Zelenskyy ha dichiarato la sua disponibilità a rinunciare al sogno del tanto sospirato ingresso nella NATO pur di raggiungere un accordo di pace. Una mossa degna di un film drammatico, che subito alimenta la narrazione ottimistica di alcuni funzionari statunitensi e dello stesso Trump, il quale, come da copione, annuncia che siamo più vicini che mai a mettere fine alla guerra.

E naturalmente, come reagiscono i mercati? Ovviamente, con un’imbarazzante e teatrale fuga dalle azioni nel settore della difesa. I titoli europei del comparto militare crollano, estendendo perdite già marcate dalla giornata precedente. Alle 14:15 a Londra, l’indice regionale Stoxx Aerospace and Defense perdeva il 2,6%, con il gigante svedese dei caccia Saab in caduta libera del 6,3%. Quasi a voler sottolineare l’ironia della sorte, si registrano le disfatte del 4,8% dell’italiana Leonardo e del 5,7% della tedesca Rheinmetall.

Quei soliti ottimisti della difesa che vedono il lupo dietro ogni angolo

Un portavoce del colosso tedesco della difesa Hensoldt si è affrettato a precisare che, nonostante la speranza per “una pace giusta e duratura” in Ucraina, l’incubo russo non è affatto archiviato. Anzi, la tregua permetterebbe al Cremlino di ricostituire le sue forze militari e aumentare la minaccia nei confronti dell’Europa, che rimarrebbe in pericolo o addirittura peggiorerebbe.

Insomma, non cantiamo vittoria: la capacità di difesa resta un “necessario obbligo strutturale” per il continente. A conforto, il portavoce ha aggiunto che l’esposizione aziendale verso la crisi ucraina sia modesta, limitata a una percentuale singola sul fatturato. Per un po’ di prospettiva, le azioni di Hensoldt hanno addirittura raddoppiato il loro valore nell’anno in corso, salvo ripiegare dell’4,6% proprio a causa del malumore degli investitori.

Il portavoce ha illustrato con calma da stratega militare che la crescita futura è guidata da programmi pluriennali e avveniristici, come l’equipaggiamento dei veicoli da ricognizione tedeschi con software e sensori avanzati, nonché progetti nell’ambito della European Sky Shield Initiative, la risposta europea ai “fantasmi del passato”. E, naturalmente, molti di questi progetti sono garantiti almeno fino al 2026 e oltre.

Non è da meno il produttore tedesco di sistemi veicolari Renk, che vanta clienti in più di 70 eserciti globali e ammette candidamente che le azioni della difesa europea si agitano nervosamente ogniqualvolta spunta all’orizzonte qualche notizia su ipotetiche tregue o accordi di pace. Sempre secondo loro, per quanto vorrebbero la pace per il popolo ucraino, le minacce a livello europeo e globale non solo persistono, ma è il livello più alto dal tempo della Guerra Fredda. E quale sorprendente coincidenza: il titolo Renk ha messo a segno un +194% dall’inizio dell’anno, solo per perdere un 4,8%. Una scintillante oscillazione del mercato, dicono loro, motivata più dall’umore che da reali ripercussioni sul business.

Il portavoce di Renk prosegue con la sua filippica: i membri europei della NATO si sono impegnati a raggiungere la spesa militare del 3,5% del PIL entro il 2035, creando un ambiente strutturalmente favorevole alla crescita a lungo termine nei bilanci militari. Tradotto: soldi da spendere e ordini da raccogliere, senza pietà per nessuno.

Un settore in pieno boom… tra speranze, ombre e orde di denaro pubblico

Non c’è nulla come una guerra per far decollare un’intera industria. Il conflitto in Ucraina e i relativi impegni da parte dei governi europei e della NATO di aumentare la spesa militare stanno facendo schizzare i profitti delle aziende della difesa verso vette inimmaginabili. Contratti da capogiro, ordini che si accumulano e utili che prendono il volo come i droni da combattimento che tanto piacciono ai militari.

Il famosissimo indice europeo Stoxx Europe Aerospace and Defense parla da sé, trainato da questo vortice di spese e ambizioni militari, mentre i mercati giocano col panico e l’ottimismo in un carosello che mette K.O. chiunque voglia una lettura tranquilla e razionale della situazione. Insomma, un clima ideale per chi ama le montagne russe, ma non troppo per i poveri investitori che cercano da anni un riparo stabile.

Il settore Aerospaziale e Difesa ha fatto un balzo più del 50%, con certi protagonisti regionali della difesa che hanno addirittura raddoppiato il loro valore. Ora non è solo una questione tecnica o di mercato: Hensoldt e Renk condividono la visione di funzionari regionali secondo cui la Russia continuerà a essere un pericolo imminente per il vecchio continente.

In una recente performance degna di una tragedia shakespeariana, il capo della NATO, Mark Rutte, ha dichiarato senza mezzi termini che:

“Siamo il prossimo obiettivo della Russia e siamo già nel mirino.”

Ad aggiungere brio al dramma, Blaise Metreweli, capo del Servizio Segreto di Sua Maestà nel Regno Unito, ha ammonito con tono da film di spionaggio che la regione si trova minacciata da una “Russia aggressiva, espansionista e revisionista”. Immaginate il thriller, o meglio, la commedia degli errori in cui siamo tutti protagonisti involontari.

Un “dividendo di pace” che passa di moda

Il dottor Christopher Granville, direttore generale di TS Lombard, ci illumina con la sua visione chiaroveggente in un’intervista: secondo lui, il mercato sta già scommettendo su un dividendo di pace. Tradotto: pensa che il conflitto sia ormai alla fase finale, e quindi i titoli delle aziende difensive europee stiano tornando a essere poco appetibili.

Ci regala una perla di saggezza finanziaria:

“I mercati stanno prezzando un dividendo di pace, evidente nel calo delle azioni difensive europee che, fino a poco fa, avevano viaggiato a vele spiegate per un paio di anni. Noi, però, vediamo in questo calo un’opportunità di acquisto, perché quel dividendo di pace proprio non arriverà.”

Il motivo? Il rapporto fra Europa e Russia, che ormai è più teso di un elastico pronto a scattare. Per Granville, la guerra finirà con un cambiamento territoriale irreversibile in Europa causato dalla forza militare russa. Detto in altre parole, se qualcuno sperava nella fine delle spese per la difesa, meglio ripensarci.

Insomma: la cosiddetta “capacità industriale difensiva europea” avrà un incentivo enorme a espandersi, accompagnato da una spesa militare che non solo non diminuirà, ma probabilmente crescerà a vista d’occhio. Il cosiddetto “dividendo di pace” sarà quindi tutt’altro che pacifico, più una “non-pace” in salsa difensiva.

Chi crede ancora alla fantasia della pace?

Michael Field, stratega azionario di fila presso Morningstar, definisce “esagerata” la reazione ottimistica dei mercati a una possibile pace. Secondo lui, la guerra in Ucraina ha scatenato dinamiche strutturali difficili da disfare, anche se domani dovessimo firmare un trattato di pace.

In pratica spiega:

“L’aumento dei budget NATO è cosa fatta e non si tornerà indietro. Anche il grande racconto del riarmo resterà intatto. Solo per mettere a posto le scorte di armi fornite all’Ucraina potrebbero volerci dieci anni, almeno per paesi come la Germania.”

Insomma, non sarà una passeggiata, e il settore difensivo dovrebbe ringraziare l’infausto destino che li tiene in corsa per il lungo periodo. Ma non è finita qui: Claire Titmarsh, analista di difesa presso un’importante società britannica, mette i puntini sulle i con crudo realismo.

Secondo lei, infatti, il rischio aggressione non scomparirà mai del tutto. Oltre alla guerra ucraina, gli aumenti di spesa in difesa sono motivati da problemi annosi e strutturali: anni di sottofinanziamento, la minaccia costante di Russia anche oltre l’Ucraina, e la necessità sempre più urgente per l’Europa di avere una propria autonomia strategica in difesa.

La signora Titmarsh, con una punta di cinismo ben calcolata, ci ricorda che non si può escludere che Putin decida di non rispettare nessun accordo di pace, perché, come tutti sappiamo, è un esperto nel collezionare sorprese imprevedibili.

“Se la Russia rispetterà un qualsiasi accordo di pace è altamente incerto. La storia invita alla cautela, e il comportamento del Presidente Putin è notoriamente imprevedibile.”

In parole povere: per chi sperava in un mondo dove i soldi destinati alle armi diventassero “dividendo di pace”, ci sono poco più che flebili chance. E per chi pensa che la minaccia russa svanirà con la fine della guerra, buon coraggio.

Quindi, armatevi di pazienza – e forse di un bel binocolo – perché l’industria della difesa europea è pronta a un futuro brillante e pieno di… caos strategico.

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