Manifattura a rischio estinzione e infrastrutture misteriose insieme a diversificazione: la ricetta disperata per salvare quello che resta del territorio

Manifattura a rischio estinzione e infrastrutture misteriose insieme a diversificazione: la ricetta disperata per salvare quello che resta del territorio
Unindustria Cassino, Vittorio Celletti, ci fa un discorsetto da manuale: difendere a spada tratta le poche imprese rimaste, creare condizioni “favorevoli” perché le aziende non scappino via come se ci fosse stato l’annuncio di un terremoto, puntare con entusiasmo su una mobilità sostenibile – perché mica vogliamo inquinare di più – e, ovviamente, mantenere alto il livello delle competenze umane tramite una bella scorpacciata di corsi formativi. Ah, e non dimentichiamo il gioiellino del porto di Gaeta, quel piccolo porto che dovremmo assolutamente trasformare in un “gateway continentale” per il sud del Lazio. Fingiamo di sapere cosa significhi veramente.

Il territorio del Cassinate non sta attraversando un bel momento, parola di Celletti: fragile, incerto, e in un crescendo di complessità tali da far impallidire qualsiasi esperto di crisi esistenziali. E la soluzione magica sarebbe allargare lo sguardo oltre la crisi dell’automotive – che, per chi ancora non lo avesse capito, sta là a disintegrarsi – e trovare altri “settori emergenti” ai quali aggrapparsi per non affondare del tutto.

Ma quali sarebbero questi campioni nascosti? Nientepopodimeno che il famoso distretto del marmo di Coreno Ausonio, la nautica e la gloriosa green economy, tramutata ormai in una moda imprescindibile per qualsiasi discorso serio, o anche no. Insomma, un bel menù variegato, degno di un buffet che spera di soddisfare tutti senza sbagliare un colpo.

Vittorio Celletti lancia così il suo appello da leader illuminato e pragmatico:

“Dobbiamo lavorare insieme, unendo competenze e visioni, per sostenere e far crescere il nostro territorio. Però è fondamentale avere chiaro per tutti che deve essere rimessa al centro l’impresa ed in particolare l’impresa manifatturiera.”

Traduzione: se non mettiamo su un bel coro da stadio intorno alle aziende che ancora resistono, siamo fritti. E violetta, voglio dire, è fondamentale che gli enti e le istituzioni facciano la loro parte. Altrimenti, buon divertimento nel gestire questa “crisi” alla cieca, magari con qualche carta da gioco trucata perché nessuno sappia cosa sta realmente succedendo.

Ovviamente, il Presidente Celletti rivolge il suo invito all’intero pantheon locale: sindaci, presidente commissario del Consorzio Industriale, università, e – ciliegina sulla torta – la classe politica in generale. Chi meglio di loro può ignorare sistematicamente la complessità dei problemi per concentrarsi sulle loro schermaglie da campagna elettorale? L’obiettivo sarebbe mettere in piedi un progetto di rilancio serio, qualcosa che non sembri un semplice “plausible deniability” nel tentativo di giustificare l’inerzia.

E come si fa a far decollare questo incubo produttivo? Facile, con le infrastrutture, ovviamente. Bisogna “connettere” il territorio a tutto il resto della regione e, perché no, del paese. Ma preparatevi a sentire qualcosa di super originale: il riconoscimento da parte della Regione Lazio della Zona Logistica Semplificata. Non vuole dire nulla di troppo concreto, ovviamente, ma si festeggia comunque, specie se accompagnato da un credito di imposta. Ecco, il vero regalo è la semplificazione amministrativa (mica poco), che sarebbe come togliere una mano di ghiaia dal motore già inceppato delle imprese che operano o vogliono investire da queste parti.

Ah, e il ruolo sacro del Consorzio Industriale del Lazio, che dovrebbe produrre un piano di sviluppo industriale degno di tale nome. Spiace doverlo dire, ma finora l’unico piano tangibile che si è visto è stato quello di maximizzare la confusione e procrastinare le vere svolte: problemi di infrastrutture e depurazione che si trascinano come un film horror infinito.

Nell’ambito di questa allegra coalizione, l’Università è chiamata a fare la sua doverosa parte. Non per fare ricerca o innovazione che stravolga il mercato (non scherziamo), ma soprattutto per formare i giovani, che – parole di Celletti – sono l’unico vero capitale umano degno di questo nome e, soprattutto, “la differenza” futura. Tradotto: senza la loro energia (forse inespressa e forse no), nessuno sviluppo è possibile. E i giovani dovrebbero pure amare il loro territorio, come se fosse facile, o motivarsi a investire lì, nonostante tutto.

Quindi, scolpitevi bene nella mente questa meravigliosa ricetta: difesa delle aziende che ancora sputano fumo, ponti istituzionali magici, giovani motivati al sacrificio e un porto “gateway” che – se funziona – ci collegherà finalmente al mondo. O, più realisticamente, un’altra buona dose di belle chiacchiere da palazzo per far finta che tutto stia andando secondo i piani.

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