Zuckerberg finalmente sotto accusa: a processo per aver trasformato Instagram in una trappola per tossicodipendenti digitali

Zuckerberg finalmente sotto accusa: a processo per aver trasformato Instagram in una trappola per tossicodipendenti digitali

Il monarca dei social, Mark Zuckerberg, si è finalmente seduto sul banco degli imputati per qualcosa di più serio delle solite chiacchiere davanti al Congresso. Arriva infatti un processo vero e proprio in un tribunale di Los Angeles, dove il fondatore di Meta Platforms deve affrontare accuse che potrebbero far tremare non solo lui, ma l’intera industria tecnologica. Perché? Beh, se dovesse essere condannato, Meta rischia di sborsare milioni e, ciliegina sulla torta, di perdere quello scudo legale che, da decenni, garantisce alle big tech l’immunità dalle conseguenze dei danni che causano ai loro utenti, specialmente ai più giovani e vulnerabili.

Questa battaglia legale non arriva dal nulla. Ormai, tutto il mondo è sveglio di fronte al disastro sociale che i social media stanno causando. Ci sono paesi come l’Australia che hanno preso la palla al balzo vietando ai minori di 16 anni l’accesso ai social, mentre lo stato della Florida ha imposto restrizioni per chi ha meno di 14 anni. Certo, il mondo dei social non ci sta, e si arrocca dietro le proprie resistenze legali, come se gli interessi economici fossero più importanti della salute mentale dei nostri ragazzi.

Il protagonista di questo caso è una donna californiana, che da bambina ha iniziato a passare ore incollata a Instagram e YouTube. Secondo lei – con qualche buon motivo – queste aziende hanno deliberatamente puntato a incatenare i giovani utenti con una vera e propria dipendenza, ben sapendo quali danni questa ossessione potesse provocar loro. La querelante sostiene che le piattaforme le abbiano aggravato la depressione e alimentato pensieri suicidi, accusando tutto ciò non di cattiva sorte, bensì di un disegno calcolato e cinico.

Naturalmente, Meta e Google negano tutto, tirando fuori le loro nobili funzioni di sicurezza che “pesano” più di ogni accusa e appellandosi a studi della National Academies of Sciences che, sorpresa sorpresa, non avrebbero trovato prove certe di questa fantomatica relazione tra social e salute mentale. Questa causa è solo la punta dell’iceberg: ci sono decine di migliaia di famiglie e istituzioni scolastiche pronte a fare causa ai giganti del tech come Alphabet, Snap e TikTok. Un festival di accuse e ambizioni risarcitorie sta per aprirsi, con il processo contro Zuckerberg che sarà il termometro della sua riuscita.

Indagini interne e dimenticanze comode

Ma non è tutto rose e fiori per il team legale di Meta. Durante l’udienza, Zuckerberg dovrà anche rispondere di alcune “deliziose” rivelazioni tratte da inchieste giornalistiche: ricerche interne che la stessa società ha cercato di tenere nascoste, e che mostrano chiaramente come l’azienda fosse ben consapevole dei rischi che i suoi prodotti causano, specialmente ai minori. Immaginate la scena: un colosso globale consapevole dei pericoli, ma che fa finta di niente finché le tasche tengono.

In un’ultima chicca di questa tragicommedia, l’attuale capo di Instagram, Adam Mosseri, ha ammesso con franchezza di ignorare persino l’esistenza di certi studi interni che mettevano in discussione l’efficacia della supervisione genitoriale — come se fosse normale che chi guida una piattaforma così potente fosse all’oscuro di problemi così fondamentali.

I legali di Meta, per rassicurare la corte, hanno invece avanzato una spiegazione davvero da manuale: i problemi della donna in questione deriverebbero da una “infanzia difficile” e, meraviglia delle meraviglie, i social media sarebbero stati per lei solo un innocuo e creativo sfogo, nulla di più. Geniale, no?

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!