Ah, il dolce balletto della politica britannica: mentre si gioca a chi guida il partito laburista, Wes Streeting, ex ministro della salute e ora aspirante leader, ha deciso di lanciare la sua proposta di una tassa sulla ricchezza. Una vera novella: visto che prendere soldi non lavorando dovrebbe essere tassato di più o almeno quanto il sudore della fronte. Quanto progressismo, vero?
Ovviamente, per non fare troppo i rivoluzionari, Streeting non vuole davvero introdurre una “tassa sulla ricchezza” classica. No, no, ha in mente un’agile modifica: uniformare le aliquote dell’imposta sulle plusvalenze a quelle dell’imposta sul reddito.
Per chi non lo sapesse, oggi in Regno Unito chi guadagna molto paga il 40% o il 45% sull’imponibile da lavoro, mentre sulle plusvalenze – tipo le vendite di proprietà, azioni o investimenti – la tassa si ferma al 24% superati i 3.000 sterline annue, con la prima casa che gode di comodi regali fiscali.
Streeting, citando uno studio di un think tank di sinistra-centro, annuncia con tono trionfale che questa mossa potrebbe fruttare 12 miliardi di sterline in più nelle casse dello Stato ogni anno. Sarà vero? Uno si chiede se abbiano considerato che le plusvalenze si evitano semplicemente non vendendo, e che il debito fiscale scompare con la morte, con buona pace delle tasche dei vivi, salvo qualche tassa di successione pesante.
Un déjà vu fiscale, ma con un twist
Questa idea non è proprio nuova di zecca. Nel 2018 Rachel Reeves, l’attuale cancelliere dello scacchiere, la suggeriva già in un pamphlet di qualcuno che ama chiamarsi riformista. Ricordiamo anche il pionieristico Nigel Lawson negli anni ’80, il quale aveva già parificato le imposte su reddito e plusvalenze per una “maggiore neutralità fiscale”. Perché, ovviamente, nulla come riproporre vecchi cavalli può risolvere i problemi odierni.
La grande differenza? Oggi l’aliquota massima sul reddito è più alta.
Una tassa sulle plusvalenze al 40-45% sarebbe la più salata d’Europa, perfetta per far scappare quei poveri creatori di ricchezza che ancora osano investire tra le nebbie di Londra. Nel frattempo, Rachel Reeves ha già dato un assaggio della sua mano pesante abolendo l’esenzione sui trust offshore, a ottobre 2024.
Un piccolo dettaglio, poi, è che la pressione fiscale sulle plusvalenze è spesso più bassa perché include un’ignobile inflazione, che, in nome di chissà quale equità, non si tassa mai del tutto. E fanculo il rischio imprenditoriale, vero?
Ci sarebbe perfino chi sostiene che tassare le plusvalenze di più sarebbe ingiusto, visto che normalmente derivano da rischi presi da chi avvia imprese e assume dipendenti. Quindi, non tutti sono d’accordo su quanto sarà efficace questa “tassa dei ricchi”.
La tanto agognata tassa sulla ricchezza… ma così com’è comoda
Se si parla di una tassa sulla ricchezza propriamente detta, le cose si complicano. Il governo ha già preso di mira i benestanti aumentando le imposte sulle plusvalenze da carried interest (cioè i cosiddetti “bonus” dei manager) e tassando di più i dividendi. Non mancava che aggiungere una “tassa sulle ville” dal 2028, per chi possiede case oltre i 2 milioni di sterline. Insomma, un vero e proprio buffetto agli aristocratici moderni.
Però, sorpresa sorpresa, anche se il partito laburista vorrebbe una tassa sulla ricchezza genuina, la realtà è che l’Europa sembra averla abbandonata quasi del tutto. Francia e quasi tutti gli altri paesi hanno ridotto o cancellato queste imposte, visto che raramente fruttano quanto si spera. Com’è difficile fare soldi con le belle idee, no?
Inoltre, il fatto che bisognerebbe valutare regolarmente aziende private, pensioni, immobili e quant’altro rappresenta un bel grattacapo. Ragion per cui anche i servizi fiscali britannici non sono per nulla preparati a tutto ciò. Scordatevi la rivoluzione a colpi di stima patrimoniale senza un esercito di impiegati.
Denis Healey, storico cancelliere laburista dal 1974 al 1979, lasciò scritto in un’autobiografia nel 1989 che la sfida principale era proprio trovare una tassa sulla ricchezza che valesse la pena in termini di entrate rispetto a costi amministrativi e scocciature politiche. Circa mezzo secolo dopo, poco è cambiato. Se riproveranno, troveranno stavolta lo stesso vecchio scoglio.
Un bel problema per chiunque voglia davvero mettere mano al portafoglio dei ricchi, mentre i semplici sudditi si rassegnano alle tante altre tasse quotidiane che pesano sulle tasche comuni. Ci voleva proprio l’arte della politica britannica per trasformare una proposta redistributiva in un’ennesima sfida tra sondaggi e cavilli fiscali.



