L’attrattività di un territorio, si sa, è un lavoro di squadra. Davvero? Ieri, giovedì 7 maggio 2026, le nostre illustri associate si sono riunite nella scintillante nuova sede Ericsson a Roma, quartiere EUR, per l’ennesimo appuntamento di un ciclo di incontri che, a quanto pare, vede protagoniste le multinazionali e il loro fortissimo interesse nello sviluppo del Lazio. Marketing territoriale, perché nulla attira di più la crescita economica di mille slide ben confezionate e promesse di partenariati scintillanti.
Questa magnifica iniziativa si colloca, ovviamente, nel solito contesto di una strategia di marketing territoriale che mira a potenziare l’immagine e l’agile contributo di quelle stesse multinazionali che, ieri come oggi, tracciano le linee di sviluppo di una regione a suon di incentivi e vantaggi fiscalmente appetibili. Intanto, però, chi vive quotidianamente nella regione si domanda se tutto questo bagliore non nasconda qualche zona d’ombra.
La festa delle multinazionali: chi paga davvero?
Le star dell’incontro sono state, neanche a dirlo, le multinazionali, accolte come salushoni del progresso economico. Insomma, i paladini che dovrebbero salvarci dal nulla cosmico della crescita stagnante. Peccato che il discorso sia leggermente più complicato: in barba alle serate glamour, la domanda che nessuno osa fare è la seguente: a quale prezzo? Chi si prende davvero la fetta più grossa della torta?
L’illusione del benessere portato dall’investimento estero viene ammantata da una cortina di benefici che, per essere onesti, sembrano più una legge del più forte che una distribuzione equilibrata. Tra sgravi fiscalissimi, aree economiche speciali e promesse di posti di lavoro, il territorio si ritrova a vendere l’anima al diavolo del profitto a breve termine.
E mentre le multinazionali sorseggiano i loro caffè nelle lounge riservate e discutono di strategie di branding territoriale, negli uffici pubblici si scambiano promesse e protocolli d’intesa, magari dimenticandosi che il cittadino medio non ha certo apprezzato questa melodia di investimenti con il sapore amaro delle disuguaglianze crescenti.
Marketing territoriale: la nuova religione
Il marketing territoriale è l’arma segreta di ogni amministrazione che voglia vendere sogni e non risultati, un esercizio di stile che trasforma la cartolina della regione in un oggetto del desiderio per gli investitori stranieri. Peccato che l’illusione resti tale per chi vive veramente quei territori, costretto a fare i conti con infrastrutture carenti e servizi pubblici che arrancano tra tagli e riforme incomplete.
Il gioco dell’attrazione investe migliaia di parole spese per raccontare i vantaggi di un’area che si “apre al mondo”, ma troppo spesso ignora le criticità interne, dotandole di una gonna luccicante e proponendole alla mercé di chi più investe… o meglio, di chi sa meglio come muovere la propria lobby.
Beh, che dire: tra eventi snob e discussioni altamente performanti, la verità rimane che il territorio resta una pedina in balia di grandi interessi esterni mascherati, per l’appunto, da “sviluppo condiviso”. Un mantra perfetto da declamare tra un aperitivo e l’altro all’EUR.



