Will Lewis, una volta amministratore delegato del celebre quotidiano americano Washington Post, ha deciso di farsi da parte, travolto dalle critiche per aver licenziato centinaia di giornalisti. Nessuno però sembra interessarsi troppo alla sorte di queste persone, mentre il vero eroe della situazione è l’attuale direttore finanziario, Jeff D’Onofrio, promosso a Ceo ad interim. In una breve lettera di addio, Lewis ha sentenziato che era giunta “l’ora di mollare tutto, per garantire un futuro sostenibile al Post”. Tradotto: ho fatto danni, ma adesso tocca a un altro ripulire il casino.
Un magnifico esempio di leadership degna di un romanzo d’orrore aziendale, se c’è mai stato uno. Va detto che Lewis ha speso un ringraziamento sentito soltanto per Jeff Bezos, definendolo “il miglior proprietario che la società avrebbe mai potuto avere”. Sorprendentemente, i poveri giornalisti mandati a spasso non hanno avuto il piacere di un ringraziamento nemmeno di cortesia. Forse sono invisibili, o forse troppo occupati a cercare un nuovo lavoro.
Un colpo di scena? Neanche per sogno. Da anni il Washington Post fa i conti con perdite milionarie, finché la soluzione più “elegante” trovata non è stata quella di tagliare un terzo del personale, circa 300 giornalisti, riducendo drasticamente la copertura delle notizie locali, internazionali e sportive. Un taglio così netto che non poteva non catturare commenti agghiaccianti da parte degli addetti ai lavori. Il celebre ex direttore del giornale, Marty Baron, ha definito la vicenda come “una delle pagine più oscure nella storia di uno dei maggiori giornali del mondo”.
Se vi state chiedendo se ci sarà almeno un minimo di rimorso o la possibilità che i licenziamenti vengano revocati, vi conviene sedervi. Per ora nulla sembra indicare un ripensamento: i tagli stanno andando avanti spediti, senza pietà.
Il silenzio di Bezos e la retorica del “successo”
Per quanto riguarda Jeff Bezos, il magnate non si è nemmeno degnato di discutere dei piani di riduzione dei costi. Invece, ha sentito il bisogno di affermare che il Washington Post vanta “una missione giornalistica essenziale e un’opportunità straordinaria”. Tradotto in parole povere: anche se tagliamo teste e riduciamo drasticamente le sezioni fondamentali, la nostra missione rimane pura e immacolata.
Bezos ha poi aggiunto, come se fosse la bibbia, che “ogni giorno i nostri lettori ci forniscono una road map per il successo”. Pare che la “road map” in questione sia un sentiero lastricato di tagli al personale e rinunce alla qualità giornalistica. Un pensiero confortante, non c’è che dire.
L’uscita improvvisa e il comportamento “spudorato” di Lewis
L’addio di Will Lewis ha colto tutti di sorpresa, tanto da far nascere pettegolezzi su un’uscita di scena tattica più che meditata. Fonti interne riferiscono che fino a poco tempo prima delle dimissioni, Lewis partecipava regolarmente alle riunioni come se nulla fosse, senza far trapelare la benché minima intenzione di abbandonare la nave che sta affondando.
Per aggiungere ulteriore pepe, lo stesso Lewis è stato pure pizzicato in un evento pre Super Bowl a San Francisco — mentre contemporaneamente si decideva di smantellare la sezione sportiva del giornale. Una doppia morale degna di una soap opera aziendale: godersi lo sport in pompa magna mentre la redazione perde pezzi proprio lì.



