Volvo Cars si prepara a segnare il peggior giorno di borsa di sempre mentre il profitto del quarto trimestre crolla senza pietà

Volvo Cars si prepara a segnare il peggior giorno di borsa di sempre mentre il profitto del quarto trimestre crolla senza pietà

Ah, la gioia di essere un gioiello automobilistico europeo nelle mani di una compagnia cinese. Volvo Cars, sotto l’egida di Geely Holding, ha visto le sue azioni precipitare del 19% nella sola mattina di giovedì, concludendo una giornata che si annuncia come la peggiore della sua storia borsistica. Un tonfo degno di una soap opera economica, avvalorato da un calo del 68% del profitto operativo nel quarto trimestre, gentilmente regalato da un mix letale: tariffe Usa da incubo, effetti valutari negativi e una domanda fiacca come un soufflé dimenticato in forno.

In termini più semplici, significa che per ogni corona svedese guadagnata un anno fa, adesso ne rimangono solo 0,32. E tutto ciò mentre il mondo accarezza la bufera degli incentivi per le auto elettriche ormai terminati negli Stati Uniti e in Cina, come se il destino volesse sbeffeggiare ulteriormente Volvo. Il CEO Hakan Samuelsson, da vero campione di ottimismo forzato, ha dichiarato a CNBC che il mercato è “molto impegnativo, specialmente in Cina, con una concorrenza agguerrita”, e che anche i colleghi europei jazzeranno sulle stesse note di disastro.

Ma, tenetevi forte, perché c’è il classico colpo di scena degno di una telenovela sudamericana: nonostante l’apocalisse mercantile, dall’interno si può gridare al miracolo per “aver tagliato i costi” e garantito un flusso di cassa positivo. Un piccolo dettaglio che somiglia tanto a tappare una falla gigante con la semplice speranza che il mare smetta di crescere.

Ovviamente, la Borsa non si è fatta distrarre dall’eroina interiore e ha mostrato comunque un calo drastico delle azioni, ieri in ribasso del 18,1% dopo aver controllato parzialmente lo scivolone mattutino. Per chi ama i record negativi, un tonfo superiore all’11,2% in un solo giorno sarebbe stato il peggiore di sempre per la casa svedese.

Un futuro roseo, o uno scenario da incubo?

Per capire meglio la sventura, ricordiamo che nel luglio scorso USA e UE hanno “gentilmente” firmato un accordo commerciale, dal quale è scaturita una tariffa uniforme del 15% sui prodotti europei esportati negli States. Un miracolo rispetto al precedente spauracchio del 30%, accompagnato da un dimezzamento drastico delle imposte sul settore auto europeo, scese da 27,5% al 15%. Un accordo che – attenzione – le categorie industriali hanno accolto “tiepido” ma con preoccupazione per i costi generati da questa mannaia.

Non sorprende vedere Volvo tra i marchi più vulnerabili dell’Europa a questi dazi, un ruolo niente affatto desiderato nel grande teatro del libero mercato. Guardando avanti, la casa promette un aumento delle consegne del nuovo SUV completamente elettrico EX60 nella seconda metà del 2026, forse per tirare un sospiro di sollievo.

Ma la previsione è chiara come l’acqua di fonte: il prossimo anno rimarrà altrettanto “impegnativo”, con la pressione sui prezzi, gli effetti dei dazi, le incertezze normative e un sentimento dei consumatori più fragile di un castello di carte, tutti fattori destinati a rendere il palco dell’industria automobilistica una continua barricate di difficoltà.

Così va il mondo di Volvo: tra alleanze improbabili, guerre tariffarie e motivazioni da operetta economica, la casa svedese si barcamena tentando di non affondare. D’altronde, quando la musica è suonata dagli Stati Uniti e la danza è quella degli incentivi scomparsi, il valzer si trasforma inevitabilmente in una tragicommedia industriale sulle note del rosso in bilancio.

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