Volkswagen annuncia un altro anno di guai mentre i profitti giù della metà nel 2025: preparatevi al peggio

Volkswagen annuncia un altro anno di guai mentre i profitti giù della metà nel 2025: preparatevi al peggio

Ah, Volkswagen, quel gigante europeo dell’auto che ci regala ogni tanto spunti di riflessione degni di una tragicommedia industriale. Nel 2025 ha deciso di fare gli onori di casa con un calo vertiginoso del suo profitto operativo annuale: un più o meno modestissimo -53%. Da 18 miliardi? No, da 19 miliardi? Niente del genere: da quasi 19 miliardi a 8,9 miliardi di euro. Una diminuzione che fanno fatica a spiegare, ma tra tariffe americane da far girar la testa, valute ballerine e qualche cambio di strategia qui e là, tutto sommato, è da considerarsi “normale”. Insomma, benvenuti nel club del 53% di perdita, ragazzi!

La casa automobilistica più grande d’Europa, che evidentemente preferisce farsi notare più per le cadute che per le imprese, sforna un utile operativo che delude le aspettative degli analisti, stimato intorno ai 9,4 miliardi secondo i maghi della LSEG. Nel frattempo, il fatturato annuo è rimasto “stabile” a circa 322 miliardi di euro, una tacca sotto i 324,7 miliardi del 2024, solo per non farsi mancare nulla nel gioco degli scontenti. Per il 2026, l’azienda ci regala la magia delle previsioni prudenti – anzi, ulteriormente castrate: si attende una crescita del fatturato tra lo zero e il 3% (esatto, l’asticella per superare la mediocrità non è altissima) e un margine operativo tra il 4% e il 5,5%, che sarebbe un bel passo avanti rispetto al misero 2,8% del 2025, ma sempre lontano dal più dignitoso 5,9% del 2024. Oh, che progressi!

Quando la “sfida” diventa routine

L’indaffaratissimo Arno Antlitz, cioè il direttore operativo e finanziario che certo avrà bisogno di un premio Nobel per mantenere il sorriso su questi numeri, ci informa che il 2025 è stato un anno «davvero impegnativo», ma è incoraggiante sapere che la compagnia rimane comunque “ben posizionata” in Europa – e nonostante la “agguerrita” concorrenza cinese. Il punto forte? L’autovettura elettrica, che ha conquistato una quota di mercato oltre il 25%, addirittura il 27%, superando le auto a combustione. Certo, uno smacco per chi ancora credeva nelle leggi della fisica e nelle ruote in movimento.

Antlitz ha persino avuto la gentilezza di concedere un’intervista a CNBC, sottolineando che l’azienda ha lievemente aumentato la sua quota di mercato proprio nonostante la concorrenza spietata. La borsa ha reagito con un umorismo tipico degli investitori: il titolo Volkswagen è salito del 4% nelle prime contrattazioni mattutine, per poi mostrare il suo vero volto e perdere oltre il 12% dall’inizio dell’anno. D’altra parte, se cadere è un’arte, Volkswagen ha tutto il talento necessario.

Guerre, tariffe e il solito teatrino energetico

Nel frattempo, mentre l’industria automobilistica europea arranca dietro all’irresistibile ascesa delle automobili cinesi e trazi i piedi per i dazi doganali voluti da Donald Trump – che, badate bene, dovrebbero “ineluttabilmente” scuotere la globalizzazione delle filiere produttive – arriva la ciliegina sulla torta: la crisi in Medio Oriente. Si teme l’impatto di questa lunga soap opera geopolitica? Le quotazioni del petrolio e del gas fanno il ballo delle debuttanti? Pare di no.

Antlitz rassicura tutti, con la diplomazia di chi la sa lunga: «Questa crisi preoccupa ovviamente i nostri partner e clienti nella regione, e i loro cari». Tradotto: poveretti, ma che vuol dire per noi? «In termini di impatto sul nostro business per ora è limitato. Grazie a contratti a lungo termine siamo praticamente coperti. E per ora non vediamo particolari problemi di approvvigionamento». Tradotto ancora: qui da noi va tutto bene, anche se fuori imperversa il caos e il mercato sembra un circo.

Quindi, con una gestione che più che “aggressiva” sembrerebbe “dormiente”, Volkswagen se la cava, ma solo a denti stretti. Tra tariffe statunitensi capaci di far arrossire i giocatori di poker più navigati, concorrenti cinesi da urlo e una strategia che sembra più un esperimento sociale che un piano industriale, la “storia di successo” europea vola leggera come un mattone. Ma non temete, il 2026 promette di essere ancora più interessante. O spassoso. A seconda dei punti di vista.

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