L’incidente ha coinvolto altri due coetanei, ma per loro la fortuna ha deciso di sorridere, salvati da un’imbarcazione di passaggio — deus ex machina temporaneo, si direbbe.
I vigili del fuoco, swat acquatico per l’occasione, sono intervenuti tempestivamente all’alba, portando con sé tutto il loro armamentario e, ovviamente, i sommozzatori del nucleo regionale, perché un tuffo in un canale veneziano non è un picnic.
Nonostante la loro insistenza e le ricerche meticolose — chissà quante da parte dei sommozzatori, e quante lamentose da parte di chi li aspetta a terra — il giovane non è più riemerso. Il corpo è stato infine recuperato dalle acque proprio davanti alla caserma della Guardia di Finanza di Campo San Polo, per una coincidenza che sembra sceneggiata da un poliziesco con poca immaginazione.
Come al solito, sul posto si sono precipitati i carabinieri e il personale sanitario del Suem 118, perché in queste tragedie non può mancare la componente istituzionale a fare il suo dovere con la massima serietà.
La pantomima del caos e delle responsabilità
È interessante notare come, nonostante la teatralità dell’intervento, le indagini per capire la causa della caduta siano ancora in corso. Ovvero, nessuno sa bene come sia potuto succedere che tre ragazzi cadessero tutti insieme in un canale veneziano. Forse un attacco di insensatezza collettiva? O magari solo un’altra serata malandrina finita male tra le calli?
E mentre gli occhi del mondo si puntano sull’immagine romantica e vacanziera di Venezia, questa tragedia mostra quanto il profondo intreccio tra unicità storica e modernità possa generare situazioni pericolose, se non addirittura letali.
Un monito, forse, a chi sottovaluta le insidie di questa città sospesa sull’acqua ma, soprattutto, una nuova pagina da aggiungere allo sterminato libro dei drammi urbani gestiti come un copione già visto, con tanto di eroici pompieri e servizi di emergenza a mettere una toppa impossibile da rendere davvero efficace.



