Ovviamente, non poteva mancare l’ennesima tragedia a ricordarci quanto sia “sicuro” avventurarsi in montagna senza prevedere neanche lontanamente cosa potrebbe succedere. Un malcapitato scialpinista ha trovato la morte travolto da una valanga sulle pendici della Becca di Nana, in quella gioiosa cartolina che è la Val d’Ayas.
Per chi si chiede come si svolgano le operazioni quando un’escursione si trasforma in una tragedia annunciata, sappia che appena si è registrato il mancato rientro a valle dell’escursionista, si è subito dato il via alle inevitabili ricerche.
Sul campo sono intervenuti i solerti soccorritori del Soccorso Alpino Valdostano e la sempre diligente Guardia di Finanza di Cervinia. Quei simpaticoni, con la loro macchina volante, hanno recuperato il corpo senza vita e lo hanno riportato a valle in elicottero, come fosse un trofeo di una gara persa da tempo.
Naturalmente, le operazioni di identificazione della vittima sono state affidate a chi di dovere: i nostri amici della Guardia di Finanza. Quando si tratta di scoprire chi ha perso la vita tra le nevi, nessuno meglio di loro può occuparsene con tutta quella serietà e competenza di cui sono capaci.
La solita storia di sempre: avventura, rischio e fatalità
Come se non bastassero le innumerevoli tragedie montane a insegnarci qualcosa, ogni tanto qualcuno decide che una giornata sulla neve val bene il rischio di diventare parte di un triste bollettino. Questa volta è toccato al nostro sfortunato scialpinista – il cui nome preferiamo lasciare nel silenzio, in un gesto di rispettoso cinismo.
Sul palco della morte innevata spesso si esibiscono regolarmente l’impreparazione, il sottovalutare i pericoli e, perché no, la fortuna sfacciatamente assente. Il risultato è sempre lo stesso: valanghe che si prendono la loro vittima designata, con la montagna che si prende con gelida indifferenza ciò che vuole, lasciando solo tanta amarezza dietro di sé.
E così, mentre ci ricordiamo di evitare di prendere decisioni avventate e di rispettare un minimo le regole della montagna, non possiamo che riflettere sull’ironia di un povero cristo che ha fatto di una sua passione un tragico epilogo.



