Ah, l’intramontabile spettacolo delle tragedie in montagna: un altro scialpinista ha deciso di sfidare le leggi della natura sulle pendici della Becca di Nana, in piena Val d’Ayas, regione Valle d’Aosta. Il risultato? Prevedibilmente fatale. Il corpo senza vita è stato recuperato dai valorosi (e spesso poco celebrati) uomini del Soccorso Alpino Valdostano a ben 3.000 metri di altitudine. Perché rischiare l’integrità fisica con un escursione tranquilla quando puoi giocare a fare Icaro con la neve?
Il medico a bordo dell’equipaggio di soccorso, evidentemente dotato di grande sensibilità, non ha potuto fare altro che constatare la cosa che ormai tutti sospettavano: l’uomo era deceduto. Si era iniziato a cercarlo nonostante fosse praticamente ovvio cosa fosse successo, dato che qualcuno, chissà perché, ne aveva segnalato il mancato rientro. E così un elicottero del Soccorso Alpino Valdostano si è incaricato di sorvolare la zona dell’escursione e – sorpresa delle sorprese! – ha rilevato un distacco “nervoso” della valanga. In pratica, qualcosina era scesa di fretta.
Ah, la montagna: quel luogo romantico e seducente che sa regalare emozioni forti fino al baratro vero. Da oggi, il caso è anche affidato al Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Cervinia per le operazioni di riconoscimento. Perché nulla dice “avventura invernale” come rischiare di perdere la vita e al contempo far lavorare i finanzieri con il sorriso sulle labbra.
Il copione si ripete all’infinito
Ormai sembra quasi rientrare nella tradizione nazionale: valanghe a gogò e vittime annesse sulle Dolomiti, sulle Alpi, in Valle d’Aosta. A farne le spese sempre i soliti ignari avventurieri che magari si affidano all’intuito più che al buon senso e alle previsioni meteo. Ma attenzione, ogni volta si fa sempre una gran polemica su eventuali colpe, prevenzione o mancanze degli enti preposti. Finché non arriva la prossima valanga, si preferisce chiudere tutto nel cassetto dell’amnesia collettiva.
Che lo sport dello scialpinismo sia pericoloso lo si sa, ma non sarebbe il caso di prendersi qualche responsabilità in più o almeno di fare qualche riflessione sull’addestramento e sulla preparazione? O forse è troppo semplice e meno remunerativo continuare con le solite soluzioni di facciata, lasciando che tragedie del genere si susseguano con la stessa puntualità di un orologio svizzero difettoso.
Insomma, più o meno ogni inverno ci tocca leggere e sentire le stesse cose: valanghe che spazzano via vite umane, campagna di sensibilizzazione che dura il tempo di un tweet e giorni di lutto che scivolano via come la neve sotto gli sci. Intanto, nel mentre la tragedia incassa l’applauso sommesso dei media, chi ama realmente la montagna si trova a fare i conti con rischi sotto sotto ignorati o volutamente trascurati.
Quel 3.000 metri carico di fatalismo
Il luogo del disastro è degenerato in un circolo vizioso di fatalismo montano, un palcoscenico in cui solo i soccorritori giocano un ruolo decisivo, spesso ignorando che il vero colpevole è quella strana miscela di impreparazione, sconsideratezza e, ahimè, un pizzico di sorte avversa. Il Soccorso Alpino, infatti, non è una compagnia di teatro, ma spesso si ritrova a recitare una sceneggiatura drammatica, fatta di crinali insidiosi e valanghe previste ma mai evitate.
E così ogni volta, tra colpi di elicottero e chiamate che si susseguono, il corpo di uno sfortunato scalatore viene recuperato ad alta quota mentre qualcuno si affanna a spiegare che “la montagna è così, imprevedibile”. Giusto, peccato che questa imprevedibilità proponga ogni anno gli stessi, identici copioni. Il tutto naturalmente mentre la società moderna assiste con distacco, scrollando le spalle davanti al prossimo bollettino di cronaca.



