La direttrice della National Intelligence americana, Tulsi Gabbard, ha deciso di farsi da parte. Fox, sempre pronta a regalarci chicche d’informazione preziosa, ci informa che la motivazione ufficiale è più che nobile: stare vicino al marito colpito da una «forma estremamente rara di cancro alle ossa». Scommetto che nessuno riuscirebbe a trovare alibi più commoventi per abbandonare una carica così di prestigio.
Secondo quanto dichiarato da Gabbard, che avrebbe già avvertito il suo capo, Donald Trump, l’ultimo giorno di servizio sarà il 30 giugno. Nella sua lettera di dimissioni, si legge un toccante ritratto del marito Abraham, il quale “affronterà sfide importanti nelle prossime settimane e mesi”. Insomma, non sarà una gita a Central Park.
La sua dedizione è talmente esemplare da portarla a “lasciare temporaneamente il servizio pubblico” per stare al fianco di chi, a sua detta, è stato la sua roccia in undici anni di matrimonio. Mica bruscolini: tra missioni militari, campagne elettorali e servizi di intelligence l’amore di Abraham è il faro che le ha permesso di superare ogni difficoltà. Romantico, quasi da soap opera.
Donald Trump, con la sua solita delicatezza, annuncia che a sostituirla sarà il suo numero due, Aaron Lukas, ad interim. “Tulsi ha fatto un lavoro incredibile e ci mancherà”, dichiara con la profondità tipica di un tweet da venti caratteri. Immaginiamo già le lacrime da parte dei suoi fan.
Ma come in ogni trama che si rispetti, non manca il colpo di scena. Secondo Reuters, le dimissioni non sarebbero del tutto volontarie. Scettica e poco entusiasta riguardo all’intervento americano nelle guerre all’estero, Gabbard avrebbe perso ogni fiducia da parte dei suoi superiori, tanto da essere esclusa dalla pianificazione di operazioni delicate come la cattura di Nicolas Maduro.
Per aumentare il dramma, nelle scorse settimane il suo consigliere più fidato, Joe Kent, si è levato di torno con una lettera-politically-incorrect in cui ha dato del bugiardo a Israele e ha messo in dubbio la presunta minaccia imminente del regime di Teheran. Insomma, un vero thriller dell’intelligence americana con colpi bassi che neanche in House of Cards.
Una dimissione “temporanea” o un comodo abbandono?
Confessiamo di non sapere se il ritiro momentaneo dal servizio pubblico per stare con il marito malato sia un gesto di profondo amore o un pretesto ammantato da buona coscienza per uscire di scena. Dopotutto, in politica la parola “temporaneo” è spesso sinonimo di “mai più tornare”.
La carriera di Tulsi Gabbard – già caratterizzata da posizioni non ortodosse sull’estero che le hanno alienato molti favori interni – si chiude così, tra commossi addii e depistaggi diplomatici, lasciandoci a domandarci se in fondo anche nel mondo dell’intelligence vale il vecchio detto: “la verità è l’arma più pericolosa”.
Il futuro del National Intelligence: una copertura temporanea o l’inizio di un nuovo corso?
Il passaggio di consegne ad interim a Aaron Lukas potrebbe sembrare una formalità duepuntatazero, ma la sostanza è ben diversa. Con Gabbard fuori scena, il silenzio sulle crude verità di politica estera americana può tornare a regnare sovrano senza intoppi o – peggio – fastidiosi dissidenti interni.
Inoltre, questa vicenda mette in luce l’incredibile facilità con cui figure “scomode” vengono gentilmente accompagnate fuori dal palcoscenico senza che nessuno osi davvero sollevare un sopracciglio troppo scandalizzato. Dopotutto, cosa sono undici anni di amore e lealtà in confronto alle logiche spietate del potere?
E così, tra dimissioni ipocrite e dichiarazioni di circostanza, la macchina dello storytelling politico americano continua procedere, con buona pace degli inguaribili romantici e degli idealisti incalliti.



