Dopo settimane di suspense degne di un film hollywoodiano, ecco che Stati Uniti e Israele hanno deciso di “pianificare per mesi” un attacco contro l’Iran. Naturalmente, tutto «preventivo», come se avessero la sfera di cristallo per prevedere cosa accadrà, con l’obiettivo dichiarato – mica da ridere – di «impedire che Teheran si doti di armi atomiche». Ah, e a chi hanno pensato di colpire? Gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi, giusto per aggiungere un tocco di imprevedibilità e confusione regionale degna di una soap opera mediorientale.
In un clamoroso colpo di teatro, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato su Truth (perché Twitter era troppo mainstream), con quella consueta eleganza, che Khamenei, definito nientemeno che «una delle persone più malvagie della storia», è morto. Notizia, tra l’altro, già smentita da Teheran. Ma la verità non conta quando c’è da mettere in scena il grande spettacolo della diplomazia.
Il presidente americano ha poi sfoggiato la sua arte oratoria spiegando che la Guida Suprema iraniana «non è riuscita a svignarsela dai nostri sistemi di intelligence altamente sofisticati», ovvero qualche drone e qualche intercettazione satellitare, e che “lavorando a stretto contatto con Israele”, non c’era nulla che lui o altri “leader” uccisi potessero fare per salvarsi durante questa brillante operazione.
Come è prevedibile in ogni favola che si rispetti, Teheran non ci sta e risponde colpo su colpo, lanciando missili e droni sulle basi americane disseminate nella regione, con un’attenzione particolare a Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. E nel frattempo, come a guarnire il tutto, arriva la pittoresca denuncia di Mosca che definisce il tutto «un’aggressione immotivata». Ah, la diplomazia internazionale, quel balletto di accuse che tanto diverte i commentatori da divano!
Missili, droni e sirene: lo spettacolo continua
Come in un perfetto thriller, durante la notte sono risuonate sirene di allarme in varie parti di Israele. I missili lanciati dall’Iran sono stati intercettati (o almeno così dicono le forze di difesa israeliane), mentre di droni ne sono volati almeno tre sopra il nord e il sud del paese. Dopo tutto, perché fermarsi a un solo colpo quando si può trattare un’intera nazione come un campo di battaglia open air?
Al solito, l’Idf (le forze di difesa israeliane) con la modestia che li contraddistingue ammettono che la loro difesa «non è ermetica». Per cui, cittadini cari, continuate pure a seguire le ennesime “linee guida” delle autorità, ma non garantiamo che questa volta non vi arrivi qualche sorpresa.
Tajani e il G7: tutti insieme appassionatamente… a evitare il conflitto
Nel frattempo, Antonio Tajani, il solito vicepremier-ministro degli Esteri italiano che ama farsi sentire, ha partecipato a una riunione del G7 dedicata alla situazione in Iran, cercando di tranquillizzare l’opinione pubblica dicendo di lavorare assiduamente con i “partner” per evitare che il piccolo scoppio di guerra si trasformi in un incendio incontrollato.
Antonio Tajani ha dichiarato:
«Seguiamo con grande attenzione la situazione e sosteniamo il popolo iraniano nelle sue aspirazioni alla libertà e ai diritti civili. Stiamo facendo squadra con i membri del G7 per impedire che la situazione degeneri e comprometta la sicurezza e la stabilità regionale.»
Insomma, una bella manifestazione di buonismo e diplomazia che suona un po’ come una serenata sotto al balcone mentre intorno tutto balla sull’orlo del precipizio. Ma si sa, la retorica delle “aspirazioni alla libertà” funziona sempre bene per il pubblico di casa, specie quando si ignorano le reali dinamiche geopolitiche dietro questo ennesimo giro di valzer di potere e tensione.
Quindi, mentre città come Dubai mostrano il loro simbolo più luminoso colpito da un semplice drone, e la regione gira tra missili, sirene e promesse di pace, il mondo osserva e commenta con quell’ironia tipica di chi sa che tutto questo è solo un atto di un gigantesco teatro politico, dove i veri interessi faticano a farsi vedere tra le macerie.
È proprio il momento perfetto per riflettere sull’importanza della libertà nei traffici commerciali in una regione che, come ben sappiamo, è una pietra miliare per l’export italiano. Ma non fermiamoci qui: naturalmente, c’è ancora la fatidica questione della minaccia nucleare e missilistica da affrontare, quella che tutti predichiamo di voler eliminare, magica e senza fine. Ovviamente, la chiave di tutto sarebbe incoraggiare la collaborazione con la mitica Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, un’entità dalla reputazione impeccabile. Nel frattempo, l’Italia, fedele a sé stessa, continuerà a sventolare la bandiera del dialogo assieme ai suoi fedeli compagni del G7 e dell’Unione Europea, promotori instancabili di qualsiasi iniziativa diplomatica, purché serva a sostenere la pace e la stabilità in Medio Oriente. Una missione impossibile che richiede dedizione da romanzo.”
Antonio Tajani ha concluso con la solita rassicurazione diplomatica, lasciando in sospeso la domanda più scomoda: ce la faremo mai a non agitare lo spettro della minaccia nucleare ogni volta che serve qualche palcoscenico internazionale?
Il duro discorso della CIA sugli eredi di Khamenei
Come se non bastassero le mille preoccupazioni, arriva dalla CIA una lucida analisi da manuale di realismo politico, nel momento in cui Stati Uniti e Israele sembrano pronti a scatenare l’inferno contro l’Iran. Nel caso finissimo per qualche motivo a spalancare il sipario definitivo sulla vita dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema, non temete: la sostituzione è già pronta e, sorpresa delle sorprese, arriverà da quel gruppo di intransigenti incalliti noto come il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Un’attrazione irresistibile per i fan del potere duro e puro.
Insomma, se pensavate che la morte di Khamenei avrebbe potuto seminare caos e disordine, vi sbagliate di grosso. Il regime, nella sua infinita saggezza rivoluzionaria, aveva già pensato a tutto, assicurandosi che il testimone passasse senza colpo ferire a chi condivide la fede del regime. Un bel mantello, cucito da filo di continuità ideologica, per garantire che nulla cambi, proprio nulla.
Il tragico bilancio del bombardamento su scuola nel Sud Iran
Nel mentre, a Minab, città del Sud Iran, la tragedia si fa più pesante ogni ora che passa. La Mezzaluna Rossa iraniana ci informa che l’attacco alla scuola locale ha mietuto ben 108 vite innocenti, un numero che però non riesce mai davvero a tradurre la gravità del dolore. Soccorsi e rimozioni continuano, come sommerse nella disperazione che ne segue.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha quindi parlato senza mezzi termini, definendo l’atto “barbaro” e l’ennesima pagina nera scritta dai cosiddetti “aggressori”. Parole che suonano come un déjà-vu, in questo teatro di crimini cui abbiamo tristemente fatto l’abitudine.
Per darvi un quadro più ampio, la stessa Mezzaluna Rossa aveva già reso noto che i morti accertati finora sfiorano le 201 persone, con 747 feriti. Cifre che sembrano quasi solo statistiche, numeri da sventolare nelle conferenze stampa di domani, mentre la gente soffre e la tragedia si consuma sotto gli occhi di un mondo troppo distratto.



