L’evento d’esordio, a detta del filo conduttore de Il Messaggero, è fissato al pomeriggio del 12 maggio nelle meraviglie del capoluogo della Tuscia, per poi proseguire la sua parabola trionfale nelle altre aree regionali. L’occasione si preannuncia come una sorta di parata di istituzioni europee, nazionali e regionali, accompagnate da rappresentanti assortiti del sistema associativo, imprenditori in vena di confessioni e stakeholder pronti a illuminare con la loro saggezza il futuro del Lazio.
Tre direttrici strategiche per il riscatto
Al centro della discussione brillano come astri tre direttrici strategiche da manuale: infrastrutture e connessioni, attrazione di investimenti (eh già, soldi, soldi e ancora soldi) e il rilancio di quella meraviglia manifatturiera che nessuno aveva mai detto di voler rilanciare finora. Ma occhio, non fate gli scettici: qui si parla di crescita e futuro come se fosse stato appena inventato qualcosa di rivoluzionario.
Giulio Natalizia, delegato Unindustria per l’attuazione del programma di presidenza, ci regala perle di saggezza in un’intervista che difetta solo in modestia: questa iniziativa, dice lui, è la panacea di tutti i mali perché “valorizza il ruolo delle imprese come motore di crescita e competitività dei territori”. Tradotto: finalmente gli imprenditori potranno sentirsi un po’ eroi del progresso, mentre pubblico e privato si tengono per mano sul sentiero luminoso dell’azione concreta.
Per di più, grazie al piglio deciso del presidente Giuseppe Biazzo, il duo ha deciso di intraprendere questa odissea territoriale con l’obiettivo nobile di aumentare le connessioni – perché evidentemente ce n’erano poche – e di integrare la tanto sbandierata visione di sviluppo, che nel Lazio suona come un mosaico variopinto di identità produttive. Dimenticate infatti le semplici coordinate geografiche: qui si parla di “ecosistemi produttivi” con una loro peculiare vocazione, degni di menzioni accademiche più che di comunicati stampa.
Ecco un quadro pittoresco firmato Natalizia: Rieti, dove ricostruzione e infrastrutture sono la chiave di volta per il rilancio (capito, basterà aggiustare qualche strada e il miracolo sarà servito); Civitavecchia, alle prese con una “transizione industriale” che promette scenari “complessi ma ricchi di opportunità” tra energia e logistica, come se passare da porto a polo energetico fosse una questione di pochi giorni; e Viterbo con l’immancabile offerta di manifattura di “qualità”, distretti e filiere da far invidia al resto del mondo, tutti col potenziale per riscrivere la storia industriale – probabilmente con un cappuccino in mano.
Il vero cruccio del povero Natalizia è tenere insieme queste “specificità” (leggi: piccole realtà di nicchia con sogni da grandi) in una visione comune. Eh sì, perché l’associazione, lungi dal fermarsi alla nostalgia del passato, si trasforma invece in una vera piattaforma di connessione: mica una cosa da poco, vista la tasca sempre più affollata di problemi sotto il cappello della “crescita”.
Secondo il delegato, la crescita ha finalmente superato la pedanteria di numeri e bilanci: “Non è solo un fatto economico”. Sapete cosa altro? È “occupazione qualificata”, è attrazione di capitali, è la magia della “fiducia nei territori”. Insomma, il solito cocktail di parole ad effetto per giustificare tanto ardore e un grande piano di marketing associativo.
La missione di Unindustria è chiara: costruire “contesti” dove le imprese possano crescere e “generare valore”. Perché in fondo generare valore equivale a generare futuro, così si dice. Noi, in fondo, speriamo davvero che di questi valori si possa nutrire almeno qualche impresa, o che la Toscana non stia già pensando a un roadshow tutto suo. Ma questo è un altro capitolo.



