Chi avrebbe mai detto che l’ultimo grande atto di Valentino Garavani sarebbe stato un con Teatro di Roma, dell’equipaggio privato del suo yacht, dell’ospedale Gemelli e del teatro dell’Opera di Roma.
All’interno, davanti alla bara di colore chiaro, seduti ci sono, tra gli altri, l’alter ego e collaboratore di una vita Giancarlo Giammetti, il compagno dello stilista Bruce Hoeksema e lo stilista Alessandro
Eh no, nessuna celebrazione strampalata in stile Red Carpet hollywoodiano, ma una camera ardente in pieno centro a Roma, dove il mito della moda ha scelto di far riposare il suo corpo in bianco candido, proprio come uno di quegli abiti che ha fatto sognare mezzo mondo. Per il resto, niente flash, niente interviste, solo rose bianche a pioggia e un’aria solenne che profuma di eleganza e, ironia della sorte, di un passato che non verrà mai smesso di metabolizzare.
Valentino se n’è andato lunedì 19 gennaio, lasciando dietro di sé un’eredità tanto ingombrante quanto sublime. La camera ardente è stata allestita niente meno che presso la sua iconica Fondazione PM23, in piazza Mignanelli, l’epicentro del lusso e del glamour romano, aperta giusto il tempo utile giovedì 22 gennaio per un ultimo omaggio dalle 11 alle 18. Giusto per mantenere un po’ di mistero e selezionare chi può piangere in silenzio il genio scomparso.
Il primo ad arrivare è stato il perfetto emblematico rappresentante della cultura nella capitale: Alessandro Onorato, accolto dalla scintillante stilista Maria Grazia Chiuri, che ha potuto respirare a lungo l’aria del maestro durante le loro celebri collaborazioni. Una reunion di anime sensibili in un clima che nemmeno un défilé di haute couture a Parigi.
Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha colto l’occasione per distribuire le sue perle di saggezza davanti alla camera ardente, definendo con tono solenne l’uomo Valentino, non solo come un gigante della moda ma anche come un artista capace di incarnare e portare in giro per il globo lo spirito della Capitale. Eh sì, perché Roma non si dimentica mai di chi la lusinga con successi internazionali, specie se inseriti tra sfilate e colori firmati Valentino.
Gualtieri ha aggiunto, con la serietà che lo contraddistingue, che la Fondazione e le mostre organizzate dal Maestro rappresentano “l’ultimo regalo alla città”. Regalo, benevolmente inteso come una miccia di luce nel grigiore urbano, dove il rosso di Valentino si mescola alle sfumature della romanità.
Non poteva mancare la testimonianza dell’assessore alla cultura, Onorato, paladino delle buone cause: ha definito il genio di Valentino un “talento unico” la cui generosità non verrà dimenticata. Sì, quella generosità che si esplica in fondazioni e mostre per formare le nuove leve della moda. Insomma, un vero e proprio monumento vivente, ora postumo, per chi ancora crede che l’arte debba avere un cuore, oltre che un portafoglio.
Anche la celebre étoile Eleonora Abbagnato si è fatta vedere, commossa come un’adolescente a un concerto rock: una persona speciale, dice, che mancherà moltissimo. Ha avuto il privilegio, che non tutti possono vantare, di essere vestita proprio da Valentino e anche di chiamarlo amico. Una spiegazione precoce per gente che ancora pensa che la moda sia solo superficialità o paillettes.
L’estetica dell’addio: bianco, perché non è il solito nero
La camera ardente è stata un tripudio di bianco. Non stiamo parlando di quello triste e banale, ma di un bianco pensato e voluto dallo stesso Valentino, fedele al suo amore per i colori, e non solo per il celebre rosso Valentino che ha fatto la storia della moda mondiale. Qui, tra rose bianche a profusione, pareti immacolate e un’installazione sospesa ricoperta di fiori stabilizzati (che non marciscono come le mode passeggere), si è voluto dire addio con una delicatezza che sfida il tempo e la banalità.
Inutile sperare in qualche eccesso di colore o qualche parata kitsch: il percorso di arrivo al feretro è tempestato di rose, il fiore preferito dello stylist, mentre sopra la bara si possono ammirare papaveri, anemoni, camelie, rose avalanche, dahlie, delphinium e bouganville in versione tessile stabilizzata. La scelta stessa degli esperti fioristi e artisti arredatori ha capito che l’eleganza si fa pulita, essenziale, mai urlata.
Sul pavimento, invece, un tappeto di fiori veri, dai ranuncoli alle rose inglesi, punteggiato di violaciocche e pistilli di anemoni. Un gesto delicato che parla chiaro: l’arte è effimera, ma la leggenda rimane, camminando fra i petali di una rosa bianca che sembra dirci “Addio, ma senza clamore”.
Fuori dal Palazzo, si sfidano in una gara di sobrietà le corone di Donatella Versace, del sindaco di Roma, dell’imbarcazione privata dello stilista, dell’ospedale Gemelli e perfino del prestigioso Teatro dell’Opera. Un coro silenzioso di segni di rispetto e omaggi che parlano più di mille parole inutili.
Nonostante il rigore e la compostezza, dentro alla stanza, seduti davanti alla bara color avorio, si riconoscono le figure che hanno segnato il cammino umano e professionale di Valentino. Impossibile non notare l’alter ego e fedele collaboratore di sempre, Giancarlo Giammetti, il compagno e anima gemella Bruce Hoeksema e altri stilisti pronti a onorare il maestro fino all’ultima curva.
Dunque, si chiude così una pagina epica della moda italiana che, con il suo cocktail di lusso, talento e contribuito artistico, lascia un retrogusto amaro e dolce nello stesso tempo. Mentre tutto il mondo riflette su come un uomo può cambiare la percezione della bellezza e portare un pezzo di Roma sui red carpet di New York, Parigi o Tokyo, qui si ripete il rituale del rispetto: silenzioso, bianco, definitivo.
Cosa colpisce più di tutto? L’amore travolgente della gente, mica le solite chiacchiere da giornali che uno si aspetterebbe. Così ha commentato Michele Giammetti, sottolineando il tripudio di bianco ovunque come omaggio perfetto, visto che quel colore era uno dei preferiti di Valentino. Poco romantico? Macché, per lui il bianco è stato il vestito giusto per celebrare l’occasione, quasi come se quel palazzo fosse un porto sicuro, la culla da cui sono partiti ma alla quale si tornava sempre.
Secondo il dirigente, la caratteristica più affascinante di Valentino era la sua insistenza quasi maniacale nel voler abbellire la donna, tentando addirittura di cancellare ogni imperfezione attraverso dettagli minuziosi. Ecco spiegato il successo miliardario, un’ossessione estetica che ha giustificato tutto.
Michele, il direttore creativo, ha aggiunto, con un pizzico di nostalgia e un velo di ironia, che lui è arrivato quando Valentino era già un ricordo. Non si sono mai incontrati sul campo, ma agli occhi di Michele Valentino rimane una figura delicatissima, gentile e persino ironica. Da uomo di grande passione, una “grande perdita”, un “padre fondatore” da venerare come una divinità fashion, insomma mitologia pura. Ovviamente, Michele non si sogna nemmeno di sostituirlo: troppo leggendario per pensare di prenderne il posto. La sua presenza si avverte ancora nelle stanze di lavoro, un posto che lui ha reso magico. E questo basta.
Commovente è stato anche il tributo delle persone comuni, quelle che, tra lacrime e abbracci, si sono avvicinate al feretro per salutare famiglia e collaboratori. Davanti alla bara spicca una foto gigantesca dello stilista, mentre i suoi amatissimi carlini, tenuti da parenti affranti, fanno capolino come ultimo, straziante saluto.
I funerali di Valentino, il leggendario stilista deceduto a Roma all’età di 93 anni, sono stati fissati per venerdì 23 gennaio alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in piazza della Repubblica, un luogo solenne e degno di cotanta fama. Alle ore 11 in punto, per chi vorrà assistere all’addio ufficiale di un’icona che ha trasformato la biancheria da letto in un museo del glamour e dell’ossessione estetica.



