È quasi irresistibile, quando si analizzano i risultati economici del Regno Unito nel 2025, concentrarsi più su ciò che non è accaduto piuttosto che su ciò che, in effetti, è successo. L’esempio più lampante? I tanto agognati tagli ai tassi d’interesse da parte della Banca d’Inghilterra, che tutti davano per scontati, invece non si sono proprio materializzati; e dulcis in fundo, l’inflazione ha deciso di fare i capricci restando molto più alta di quanto si aspettasse la stessa banca centrale – e chi altri, se non lei, la saggia profetessa dell’economia?
Guardando alla performance complessiva del sistema, i pronostici erano comunque sostanzialmente corretti. All’inizio dell’anno, le previsioni degli indipendenti – una piacevole lista di esperti dall’umore piuttosto poco ottimista – indicavano una crescita compresa tra l’1,3% e l’1,5%. Il risultato? Più o meno allineato. Se non fosse che questa apparente conferma nasconde un paradosso degno di nota: nonostante le opinioni quotidianamente funeste sull’andamento economico britannico, gli analisti non hanno ritenuto di dover rivedere di molto le loro previsioni.
Che meraviglia la stabilità, anche quando ci si aspetterebbe un po’ di sano panico! Magari sarebbe stato il caso di guardare un po’ più da vicino i numeri dietro questa corazza di consenso.
Un’assurda danza di numeri: la crescita del PIL britannico
Nel primo trimestre del 2025, il PIL britannico è cresciuto dello 0,7%. Se pensate che questo basti a festeggiare, rifletteteci un attimo: è stato il miglior dato tra tutte le economie del G7. Un dato così brillante che la Ministra delle Finanze Rachel Reeves non perde occasione di ricordarcelo con la costanza di un disco rotto. Peccato però che questo storct persönlich effimero sia stato gonfiato ad arte da esportatori che hanno accumulato scorte in vista delle tariffe imposte a sorpresa dall’allora presidente americano Donald Trump. Quindi, un po’ di musica per le orecchie, ma basata sul niente più che su rimpiazzi di magazzino.
Dal secondo trimestre in poi, la realtà ha ripreso il suo corso: +0,3%, seguito da 0,1%. Poi i dati di settembre e ottobre, disponibili a oggi, raccontano una storia da brividi: due mesi consecutivi di contrazione dello 0,1% su base mensile. Le cause? Ovviamente non possono mancare incidenti del destino, come un attacco informatico a tappeto ai danni di Jaguar Land Rover, il colosso automobilistico nazionale, che ha fatto sì che le catene di montaggio si fermassero come per magia. E poi la ciliegina sulla torta: un mercato immobiliare paralizzato come se fosse in letargo e una spesa dei consumatori così debole da far rimpiangere perfino i tempi della più severa austerità.
Riassumendo in maniera generosa, alla fine di ottobre l’economia britannica era esattamente della stessa dimensione di quanto fosse a fine maggio. Applausi per un progresso che potremmo definire “perfettamente immobile”.
Il mercato del lavoro: un faro rosso acceso
Se pensavate che la situazione sul fronte occupazionale fosse rosea come gli spot pubblicitari, preparatevi a una doccia gelata. Il tasso di disoccupazione è salito al 5,1%, un livello che mancava dal lontano gennaio 2021, all’indomani dei postumi di un’altra grande crisi. E come ciliegina amara sulla torta, l’ultimo rapporto settimanale sulla domanda di lavoro della Recruitment and Employment Confederation segnala una caduta del 14,4% nelle nuove offerte di impiego tra ottobre e novembre.
Colpa, si mormora, dell’attesissimo e temutissimo Budget di fine novembre di Rachel Reeves, ma che sorpresa trovare una contrazione così netta proprio nel periodo in cui tipicamente i settori del commercio cercano disperatamente di assumere personale per la corsa natalizia.
Chiaramente, la nuova impennata nei contributi previdenziali (quella famigerata National Insurance Contributions a carico dei datori di lavoro) decisa nell’ottobre 2024 ed entrata in vigore da aprile, fa sentire i suoi effetti, e neanche troppo sottovoce. Il mercato del lavoro si contrae, le imprese fanno i conti con costi più elevati e, sorpresa delle sorprese, tutto ciò finisce per scoraggiare le assunzioni. Un pensiero per le famiglie britanniche, che saranno felici di scoprire come le loro prospettive occupazionali siano condizionate dalle scelte politiche di un paio di mesi fa.
L’inflazione, il vero colpo di scena del 2025
La Banca d’Inghilterra, nella sua prevedibile modestia, aveva predetto che l’inflazione sarebbe cresciuta fino circa al 2,75% nella seconda metà del 2025. Fatto che ha aggiunto un tocco di suspense inutile a una crisi che tutti ormai descrivono come imminente.
Così, quel modesto picco previsto è stato quasi superato quando, a luglio, l’inflazione ha sbattuto la porta a un impietoso 3,8%, rimanendo su cifre vicine anche nei mesi successivi fino a ottobre, quando ha leggermente allentato la presa sul portafoglio dei cittadini britannici (per ora fermandosi al 3,6%). Aspettiamo con ansia i dati di novembre per vedere se si siano decisi a rallentare o a precipitare ancora più in basso.
Gran parte di questa stangata ha radici politiche e burocratiche. Come sottolineato dall’ultimo rapporto di politica monetaria della Banca d’Inghilterra, aumenti fuori misura di imposte e tariffe amministrative – dal bollo auto alle spese per la depurazione delle acque – hanno fatto da sasso nello stagno, contribuendo per ben 0,4 punti percentuali al superamento dell’obiettivo d’inflazione.
Non contenti di regolare prezzi così palese e sotto gli occhi di tutti, amministratori e governi hanno pure contribuito facendo lievitare il conto di alimentari, bevande e tabacco, perché è proprio il caso di aggiungere un po’ di sale sulla ferita delle tasche degli inglesi. Così si costruiscono le “politiche economiche”, con il tocco magico di chi sa addirittura aumentare l’inflazione proprio quando tutti sperano che diminuisca.
Regno Unito si sforzi di mascherare la sua performance economica da “sopra le aspettative”, visto che in realtà arrancano miseramente. La crescita del prodotto interno lordo (PIL) ha preso la via del rallentamento, con le stime che pubblicamente fingono ottimismo mentre i dati reali svelano una storia ben diversa. Eppure, da qualche parte nella gerarchia delle priorità, si continua a parlare di “forza del mercato del lavoro” e “costi energetici che finalmente rallentano l’inflazione”. Come se bastasse a convincere qualcuno.
La Banca d’Inghilterra ha avuto la brillante idea di imputare circa uno 0,4% in più di crescita della spesa per consumi a fattori misteriosi – che, guarda caso, consentono di nascondere che il resto del 1% di sforamento della crescita è dovuto principalmente a costi del lavoro alle stelle, trascurando gentilezze come l’aumento dei contributi previdenziali pagati dai datori di lavoro. Quindi, se ti stai chiedendo perché il prezzo del tuo cappuccino e del pane quotidiano sia salito, ecco la risposta: un cocktail esplosivo di salari esorbitanti e tasse occulte.
Nel dettaglio, la stessa banca centrale riconosce che, sebbene i costi energetici inizino finalmente a dare una piccola tregua all’inflazione, ci sono alcune politiche che continueranno a pompare i prezzi verso l’alto anche nel nuovo anno. Tipo l’imitazione italiana dell’aumento del salario minimo che supera l’inflazione, valido per tutte le fasce d’età. Inutile dire che questo farà impennare ulteriormente i prezzi di generi base come cibo e bevande. E non dimentichiamo la ciliegina sulla torta: l’ampliamento dell’ambito della tassa sullo zucchero, che in teoria dovrebbe “salutare” la nostra dieta e in pratica svuota il portafogli.
Il capitalismo londinese e le sue sorprese
Se il resto dell’economia è in zona depressa, il mercato azionario britannico sembra andare a gonfie vele, almeno secondo l’indice FTSE 100, che è salito di oltre il 18% nel 2025. Diciamo subito che questa è la classica grande impresa del “rumore sopra la sostanza”: questo indice infatti è invaso da multinazionali che fatturano maggiormente all’estero, lasciando un po’ in disparte il cuore pulsante del sistema produttivo domestico.
La vera cartina di tornasole del benessere delle imprese britanniche è piuttosto il FTSE 250, più legato all’economia interna. E qui, lungi dall’essere un’ode al successo, l’indice ha guadagnato solo un modesto 7% finora nell’anno, una performance che non farà esultare nessun ministro dell’economia.
Tra le aziende che hanno visto clamorosamente naufragare le proprie azioni, abbiamo WH Smith, che ha perso circa il 44% grazie a un pasticcio contabile di prima categoria. Nel settore delle vendite al dettaglio alimentari, la catena di panetterie Greggs è scivolata di quasi il 40%, mentre Domino’s Pizza ha registrato un calo di circa il 43%. E per non farci mancare nulla, il tanto amato sconto-nota bene, grazie alla crisi economica, B&M ha ceduto oltre il 53%. A occhio e croce, questo trend pinta un quadro fosco: i consumatori britannici stanno patendo parecchio, e con le attese ormai scese su poche e moderate riduzioni dei tassi di interesse da parte della Banca d’Inghilterra nel 2026, non c’è molto da stare allegri.
Un brindisi al futuro… o forse no
Dalla raffineria delle parole di chi “analizza” la situazione arriva il commento di Vicky Pryce, figura di punta della British Chambers of Commerce, che visto il “flop” della produttività suggerisce che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare la bacchetta magica per risollevare le sorti. Nel frattempo, però, il governo di Rishi Sunak ha varato un budget che, a quanto pare, non ha nessuna intenzione di far sparire dal radar l’economia languente. Insomma, non aspettatevi miracoli, ma solo qualche chiacchiera high-tech a buon mercato.
Dave Grimm, un altro esperto del settore, prova a buttare un salvagente parlando degli investimenti del governo britannico nello sviluppo di intelligenza artificiale, come se un algoritmo potesse miracolosamente occultare drammi industriali e difficoltà reali.
E la politica? Nick Clegg, ex vice primo ministro, ha cambiato rotta ed è sbarcato in un fondo di venture capital dedicato proprio alle tecnologie emergenti. Forse, tra una scommessa su startup e l’altra, il nostro Nick spera di aggirare il problema della stagnazione economica che attanaglia il Regno Unito. Nel frattempo, da qualche parte in una sala conferenze, un gruppo di tecnocrati si diverte a parlare di AI e innovazione mentre la classe media sgobba e soffre l’inflazione.
I numeri che mordono
Nonostante le chiacchiere, i dati continuano a raccontare un’altra storia: il Regno Unito ha subito una contrazione dello 0,1% nel trimestre conclusosi a ottobre, contro le ottimistiche previsioni di stagnazione. Un dettaglio che passa inosservato tra chi ama celebrare la performance del mercato azionario, ma che invece rivela la cruda realtà di un’economia in apnea.
Ecco come sintetizza la situazione Vicky Pryce:
“Non c’è stato un investimento sufficiente nel Regno Unito, né pubblico né privato. Se si guarda nel complesso, come percentuale del PIL, gli investimenti fissi sono nettamente inferiori a quelli di tutti gli altri Paesi del G7, un problema che da tempo continua a deprimere la produttività.”
Un quadro perfetto per un Paese che ama definirsi “una potenza mondiale”, ma non trova i fondi per investire seriamente su se stesso. Davvero un esercizio di stile da applausi.
Ma non tutto è perduto, anzi. Da mercoledì scorso l’indice più chic della city ha tirato un colpo di reni, chiudendo martedì a 9684,79, grazie a un inaspettato aumento dell’attività nel settore privato – pare che la tanto osannata “autunno di spesa” abbia fatto il suo sporco lavoro.
Tra le star della settimana troviamo Endeavour Mining, che ha prontamente raggiunto un bel record a 3.746,00, strappando applausi e portandosi a casa un brillante +2,9%. A quanto pare, scavare nell’oro paga sempre.
Altri protagonisti nelle ultime battute di mercato pre-natalizie? EasyJet e JD Sports, i quali si sono fatti notare con guadagni rispettivamente del 3,2% e 2,6%. Fare shopping o volare sembra un passatempo particolarmente redditizio di questi tempi.
Nel frattempo, la povera sterlina sfida il dollaro in una lenta danza di avvicinamento, martedì pomeriggio raggiungendo addirittura 1,3423 dollari, un progresso modesto ma tutto sommato incoraggiante rispetto all’1,3382 della settimana scorsa. Sembra che persino le valute abbiano voglia di fare i buoni propositi per l’anno nuovo.
Se siete appassionati del mondo obbligazionario, non mancherete di ammirare l’immutabile eleganza dei gilts britannici a 10 anni, che hanno chiuso la giornata con un rendiconto appena più succoso, al 4,519% contro il 4,511% della scorsa settimana. Un vero salto quantico, insomma.
Il contesto macroeconomico che non scappa
Non lasciatevi incantare dalle sfolgoranti cifre del mercato azionario. La realtà è che l’economia del Regno Unito si dimena fra un’inflazione ancora ostinata e la pressione incessante sulla banca centrale, che il 18 dicembre dovrà decidere se tenere i tassi, aumentarli o semplicemente ignorare i segnali sconnessi che arrivano da ogni dove.
Già il giorno dopo, il 19 dicembre, ci aspetta il termometro del buon umore (o pessimismo) dei consumatori targato GfK, un indicatore sempre interessante per capire se i britannici spenderanno o preferiranno risparmiare ogni sterlina residua in un 2025 che si preannuncia tutt’altro che una passeggiata.
In tutto questo trambusto, le altalene psicologiche del mercato richiamano l’essenza di una gran festa: scintille un giorno, sospiri il successivo, e la certezza che, nel Regno di Sua Maestà, la volatilità è molto più di un semplice effetto collaterale.



