Un altro colpo di scena: la nave russa sbarca a Cuba mentre gli Usa fanno finta di bloccare il petrolio

Un altro colpo di scena: la nave russa sbarca a Cuba mentre gli Usa fanno finta di bloccare il petrolio
Avana. Proprio il 19 marzo 2026, mentre il mondo guarda, un’altra scenetta di politica petrolifera si consuma sotto gli occhi di tutti.

Cuba. Ce lo racconta con orgoglio la solita fonte statale russa, la RIA Novosti, che cita il Ministero dei Trasporti moscovita. Ovviamente, la nave Anatoly Kolodkin, sulla lista nera delle sanzioni, aspettava solo di sbarcare il suo preziosissimo carico. E tutto questo a poche ore dalle parole fini di un certo Donald Trump, il quale ha dichiarato senza troppi problemi di non vedere nulla di male nel fatto che un tanker russo rifornisca Cuba.

Donald Trump ha detto ai reporter su Air Force One:

“Se un paese vuole mandare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o chiunque altro.”

Avana. Una strategia degna delle migliori telenovele geostrategiche, con la locazione di attori da manuale.

Cuba si era appoggiata mollemente al Venezuela per il suo carburante. Ma la luna di miele è finita quando gli Stati Uniti hanno messo in scena la loro “operazione militare straordinaria” per mettere fuori gioco il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Non solo imposizioni, ma minacce concrete: tariffe punitive per qualsiasi paese osasse avvicinarsi a rifornire l’isola malconcia. Così, grandi amici come il Messico hanno deciso di chiudere i rubinetti, evitando sgradevoli conseguenze.

Kremlin non si è fatto scuotere minimamente dalle minacce di tariffe di Trump, ribattendo con il sofisticato ragionamento secondo cui i commerci tra Washington e Mosca sono praticamente zero. Davvero un paradosso diplomatico: minacce a vuoto tra due alleati simbolici del caos.

I vertici cubani, con a capo Miguel Díaz-Canel, hanno confessato solo la scorsa settimana che l’isola non vede greggio da più di tre mesi, mentre il governo comunista ha avuto una brillante idea: puntare tutto sul solare, perché niente dice “progresso” come torce intermittenti e black-out a ciclo continuo.

Gli oltre 10 milioni di abitanti vivono tra continue interruzioni di corrente e ospedali che arrancano a mantenere prestazioni di emergenza e terapia intensiva senza carburante. Un quadro idilliaco da cartolina d’altri tempi. Ovviamente, un governo che negozia con la Casa Bianca per salvare quel che resta di elettricità, dimostra invece grande abilità diplomatica. O almeno così sperano.

Donald Trump, oratore da bar, ha gettato il suo verdetto finale domenica:

Cuba è finita, hanno un regime pessimo, una leadership corrotta e, che arrivi o meno un carico di petrolio, non cambierà nulla.”

E poi la ciliegina sulla torta:

“Preferisco comunque che entri il petrolio, sia che venga dalla Russia o da chiunque altro, perché la gente ha bisogno di riscaldamento, aria condizionata e di tutte quelle cose necessarie per vivere.”

Insomma, nessuna coerenza, nessun imbarazzo: la politica americana vis-à-vis Cuba sembra l’infinita soap opera di un diplomatico con amnesia selettiva. Un intreccio ricco di contraddizioni, bluff e decisioni che sembrano fatte a caso, ma che intanto lasciano l’isola brutta e affamata, aggrappata a un fantomatico barile di petrolio russo che funge da ultimo atto di una commedia tragicamente comica.

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