L’idea brillante di spostare la salma di Umberto II dall’abbazia francese di Hautecombe al castello di Racconigi ha più livelli di significato, tutti pronti a divertire chi ama le contraddizioni storiche. Prima di tutto, ci regala finalmente uno spruzzo di attenzione su Racconigi, quella gioielleria nascosta tra le Residenze Reali Sabaude, tristemente snobbata rispetto alle più blasonate dimore torinesi. E poi, come ciliegina sulla torta, riporta in scena un personaggio finito in soffitta insieme all’oblio: il cosiddetto “Re di maggio”, gettato nel secchio dell’oblio dalla storia ufficiale, ma che forse meriterebbe qualche riflessione in più sulle sue notevoli contraddizioni e sul ruolo ambiguo nel dopoguerra italiano.
Il referendum del 1946 ha segnato una damnatio memoriae non da poco nei confronti della dinastia Savoia: un passato secolare di fasti monarchici cancellato d’un tratto, tutto colpevolmente associato alle leggi razziali del 1938, firmate dall’incorruttibile Vittorio Emanuele III. Ironia della sorte, la condanna ufficiale è arrivata solo nel 2021, quando Emanuele Filiberto si è finalmente deciso a prendere atto delle responsabilità… meglio tardi che mai.
Certo, Umberto II avrebbe potuto fare qualcosa di più, come aprir bocca nelle interviste durante il suo esilio a Cascais, ma ridurre la sua storia a un lungo silenzio equivale a sparare sulla croce rossa. Proprio lui ha giocato un ruolo fondamentale negli attimi cruciali del referendum, anche se la narrazione corrente lo presenta come un elegante fantasma dal portamento impeccabile ma dalla personalità ambigua.
Lasciamo perdere i giudizi scontati: per alcuni un gregario completamente schiacciato dall’ombra del padre; per altri un militare fin troppo zelante nel seguire ordini e nel restare fedele ai dettami monarchici, senza però dimenticare la simpatia per gli antifascisti; per non parlare di chi lo vede come un povero uomo tutto nervi e contraddizioni, più confuso di un turista a Napoli senza mappa.
Senza dubbio, la sua debolezza è palese nei giorni in cui il padre ancora regge le redini, ma, senza ironia, questa fragilità si trasforma miracolosamente in un vantaggio dopo la liberazione di Roma quando diventa Luogotenente:
un regno balbettante, un’Italia senza un’identità chiara, né monarchia né repubblica, trascinata da vent’anni di complicità con il fascismo, alle prese con alleati che più che amici sembrano doganieri complicati e partiti antifascisti affamati di vendetta. In questo caos, Umberto si fa notare per una serietà e un’ostinazione sorprendente: prova a restaurare la dignità monarchica, gioca di pazienza, rende il Quirinale più regale e, come un perfetto zerbino costituzionale, accoglie ogni governo con rispetto nonostante firmi leggi che detesta. Una lezione di democratico lealismo, che anche qualche repubblicano serio come Ferruccio Parri e Pietro Nenni si è visto costretto a riconoscere.
Non basta certo a evitare la fine annunciata dei Savoia, ma fa sì che al referendum del 2 giugno 1946 il voto monarchico raccolga un’impensabile ondata moderata, ben oltre ogni previsione. Diventato finalmente re il 9 maggio 1946, Umberto si limita – come si conviene a un monarca democristiano timido – a qualche apparizione di rito, con una tappa simbolica proprio a Racconigi.
Ma ecco il bello: sono i giorni immediatamente successivi al referendum quelli in cui il nostro protagonista diventa davvero interessante. L’Italia è divisa a metà, con un Sud sentimentalmente monarchico e un Centro-Nord schierato per la repubblica come se fosse l’ultimo modello di cellulare. Scontri di comunicati e notizie: alcuni giornali – probabilmente alfabetizzati nella fantascienza – danno subito per vittoriosa la monarchia, mentre il ministro dell’Interno Romita dichiara che trionfa la repubblica con un modesto 54%. Insomma, regna il caos, e le voci di brogli si moltiplicano come funghi dopo un temporale.
La Corte di Cassazione, incaricata di confermare il verdetto, fa più scena che altro, mettendo in piedi una pantomima di conteggi e ripensamenti che sembra uno spettacolo di cabaret. Nel frattempo, le piazze del Sud ribollono con proteste pro-Re e i fatti di Napoli raggiungono apici da guerriglia urbana: una manifestazione sfocia in nottate di scontri con la polizia, con un bilancio macabro di nove manifestanti e due agenti caduti. Ovviamente siamo vicini a una guerra civile, ma di quelle che non vi diranno mai nei libri di storia più accreditati.
Nel teatro del tumulto, tutti cercano di tirare la giacca a Umberto II: gli angloamericani e il governo De Gasperi lo vogliono fuori dai piedi, mentre la corte, animata da una sana dose di follia regale, lo spinge a restare e cavalcare le rivolte. In un atto di auto-sacrificio o semplice pragmatismo, il nostro eroe sceglie l’esilio a Portogallo, ovvero fra gli interessi della dinastia e quelli della Nazione, trionfa sorprendentemente la seconda opzione.
Un trasferimento che vale più di mille parole
Le tombe degli ultimi Savoia sono sparpagliate tra il Pantheon, Vicoforte, e Superga, dispersi come figurine rare ma ormai fuori serie. Allora perché non riportare finalmente i resti di Umberto II a Racconigi, il luogo della sua nascita nel 1904, e con questo alimentare un’innocua quanto efficace operazione di marketing territoriale? Un’occasione d’oro non solo per dare nuova vita al borgo, ma anche per rispolverare una pagina della nostra storia che, tra silenzi e reticenze, merita di essere letta con occhio più attento e meno ipocrita.



