Putin aveva promesso una tregua, un regalo sotto l’albero di Natale, prima per una settimana, poi per appena tre giorni, e infine fino a lunedì. Un po’ come quelle promesse che si fanno solo per dare un minimo di speranza all’interlocutore prima di tirare fuori la solita cartuccia del “facciamo la pace”. E invece? La realtà è sempre più traumatica e, domenica pomeriggio, un drone ha deciso di trasformarsi da giocattolo tecnologico a strumento di morte, colpendo un autobus civile nella regione di Dnipro. Risultato? Almeno 15 morti e 7 feriti, tutte vite spezzate dall’attacco russo.
L’attacco, degno di un copione scritto male, ha preso di mira niente meno che le miniere del gruppo energetico Dtek nella regione di Dnipropetrovsk. E chi mai avrebbe pensato che un autobus con a bordo minatori stanchi dopo il turno sarebbe stato “materiale interessante”? Evidentemente, qualcuno. Una tragedia annunciata, se mai ce ne fosse bisogno di una, proprio mentre le speranze di pace si affievolivano in un soffio.
Il leader ucraino non si è fatto scappare l’occasione per un attacco verbale che è più una lapide: «Un crimine emblematico che dimostra ancora una volta che Mosca è responsabile dell’escalation». Sì, perché nel gioco sporco della politica e della guerra, c’è sempre chi si prende la colpa e chi si pulisce le mani con un fazzoletto di bugie.
Zelensky ha usato un social chiamato X (vero che oggi questo nome fa pensare a tutto meno che a qualcosa di serio) per comunicare che le fantomatiche date dei “prossimi incontri trilaterali” sono state finalmente fissate: 4 e 5 febbraio ad Abu Dhabi. Curioso però che non abbia aggiunto altro, né spiegazioni, né dettagli. Un altro velo di mistero su quello che dovrebbe essere un tentativo di costruire qualche ponte, a giudicare dalle parole.
Intanto, come se fosse un intrigo di serie B, proprio il giorno prima c’è stato un incontro in Florida, ma non tra capi di Stato o diplomatici di alto calibro: no, si sono incontrati l’inviato del Cremlino, Kirill Dmitriev, e membri dell’amministrazione di Donald Trump a Miami. Lo scambio? Diciamo che è stato definito “positivo e costruttivo” dall’inviato Usa, none proprio il trionfo della trasparenza.
Né il Cremlino né la Casa Bianca hanno confermato o smentito le date del fantomatico incontro ad Abu Dhabi. Un bel gioco a nascondino, un balletto diplomatico dove la verità è una sirena che si fa sentire solo a tratti e poi svanisce nel nulla. La guerra, sembra dirci il copione, è fatta anche di silenzi imbarazzanti e comunicati a metà.



