Ubisoft, il colosso dei videogiochi, ha deciso di lanciare una rivoluzione tanto attesa… nel mondo della burocrazia aziendale: via il lavoro da remoto! Sembra proprio che ai vertici piaccia giocare duro, e così, i dipendenti della sede di Assago hanno decretato uno sciopero massiccio proprio a partire da questa mattina, martedì 10 febbraio, fino a giovedì compreso. Perché accontentarsi di un po’ di smart working quando puoi avere l’obbligo di tornare in ufficio cinque giorni su cinque?
La mossa è stata prontamente definita dalla Fiom Cgil Milano come un vero e proprio “fulmine a ciel sereno”, tanto inaspettato quanto gradito alle penne nere della sindacalistica italiana. E non è solo questione di tempismo: in un periodo in cui il gruppo sta facendo i conti con una riorganizzazione interna – tradotto: tagli ai costi per tenere la barca a galla –, imporre una simile retromarcia senza una minima discussione è sembrato ai sindacati uno sfregio. Insomma, uno “strappo unilaterale” che si commenta da solo. Ah, e per rendere la situazione ancora più “simpaticamente” controversa, è stato organizzato pure un presidio dalle 10 alle 14 proprio davanti agli uffici di via del Bosco Rinnovato.
La dolce vita spezzata dai diktat aziendali
Se vi state chiedendo qual è la vera scocciatura dietro a questa “ritrovata gioia” di sedersi alla scrivania cinque giorni su sette, la risposta è semplice: la vita privata dei 110 lavoratori italiani di questa multinazionale. Dopo la pandemia, un po’ di sano lavoro ibrido aveva fatto miracoli, consentendo a molti di vivere lontano da Milano, magari in altre regioni dove il costo della vita non è un’imposizione da sopportare, ma un po’ di sollievo. Questa allocazione geografica, conquistata a suon di click e videochiamate, potrebbe ora rappresentare un ricordo amaro.
Per i dipendenti, quel bel equilibrio tra ufficio e casa sta per cadere come un castello di carte: la decisione di tornare “cinque su cinque” è un cambio radicale, quasi di paradigma, rispetto a quanto era accaduto negli ultimi mesi. Solo fino al 2024, infatti, sviluppatori, grafici e menti creative potevano godere di gran parte del mese in smart working. Il 2025 aveva poi portato un compromesso: tre giorni in ufficio, due a casa, ma pure allora l’aria era già satura di qualche mugugno e, naturalmente, un giorno di sciopero.
La minaccia velata delle dimissioni
Ecco che arriva la ciliegina sulla torta: secondo la Fiom, questo doloroso ritorno in ufficio potrebbe facilmente trasformarsi in una pressione subliminale con un solo, semplice risultato — o almeno così si teme: una valanga di dimissioni. Per carità, i sindacati non hanno la palla di cristallo, ma un avvertimento non guasta mai.
Andrea Rosafalco della Fiom Milano ha ammesso candidamente:
“Non abbiamo certezze che il ritorno in ufficio serva a creare una spinta alle uscite, ma siamo convinti che, se questa misura verrà portata fino in fondo, molte persone potrebbero scegliere di andarsene.”
Un’apertura al dialogo non guasterebbe, ma a quanto pare l’azienda preferisce imporre decisioni d’imperio invece che sedersi attorno a un tavolo con i dipendenti per trovare un compromesso che abbia almeno la parvenza di buon senso, soprattutto tenendo conto delle esigenze organizzative che si sono evolute negli ultimi anni. Ma perché facilitare la vita ai propri lavoratori quando si può semplicemente eliminare il lavoro da remoto e aspettare le inevitabili conseguenze?



