Che gioia, la tappa numero 15 del Giro d’Italia 2026 si ripresenta a casa nostra, a Milano. Domenica 24 maggio la città si trasformerà in un enorme cantiere a cielo aperto, con strade chiuse per ore e un caos degno dei migliori festival del disordine urbano. Ma niente paura: tutto questo per far passare una folla di ciclisti che, come sempre, pedalano su una corsa “rosa” che si annuncia emozionante soprattutto per chi rimarrà imbottigliato nel traffico.
La tappa 15 sarà una festicciola tutta piatta, giusto per aggiungere un po’ di suspense: si parte da Voghera, si attraversa la pianura fino a Pavia su strade così larghe e dritte da far impallidire un’autostrada. Poi, si ripercorre la storica via della Sanremo fino a Milano, dove si entra nel circuito finale da ripetere quattro volte, lungo 16,3 chilometri di pura monotonia asfaltata.
Il circuito milanese: pneumatici sull’asfalto ampio e… niente salite
Il circuito è una vera e propria pista di pattinaggio per ciclisti, con ampi viali da ben otto metri di larghezza e qualche curva “impegnativa”, l’ultima delle quali si trova a circa due chilometri dall’arrivo. Ripeterlo quattro volte? Un’opera d’arte della noia, ma certo, tutto tremendamente pianeggiante e perfetto per i velocisti senza fantasia. Come dire: chi si annoierà di più, loro o noi?
Maledette chiusure e vieti di sosta da far invidia a un lockdown
Ovviamente, non poteva mancare la parata delle strade chiuse. Il Comune ha ordinato la chiusura totale di un lungo elenco di vie, da via della Chiesa Rossa fino a viale Liguria. Ma la vera chicca è il divieto di sosta con rimozione forzata che scatterà alle 18 di sabato 23 maggio per protrarsi fino alle 18 di domenica 24. Giusto un piccolo regalo alle migliaia di automobilisti e residenti che vedranno la loro routine stravolta da una marea di segnali, transenne e vigili con il fischietto in mano.
Atm e i suoi soliti ritocchi: tram e metro giocano a nascondino
Non poteva mancare il massacro del trasporto pubblico. La scusa? La corsa ciclistica, naturalmente. La Atm ha pensato bene di rivoluzionare linee, orari e fermate: la stazione Palestro sarà chiusa dalle 12, mentre tram e autobus devieranno su percorsi più tortuosi e ‘decorativi’. Tram 3 farà il giro turistico più tortuoso del mondo, chiudendo un tratto importante della linea e anticipando una giornata da incubo ai pendolari.
Tram 5 segue lo stesso copione: prende una deviazione artistica che lascia scoperti i tratti tra Lazzaretto e Ortica. E vogliamo parlare del tram 9? Servizio sospeso dalle 11 alle 18:30, perché a nessuno serviva proprio quel collegamento in quella fascia oraria. Nel frattempo, altri tram, come il 12 e il 15, giocano a chi passa dove, chi si ferma quando e chi smette di funzionare senza preavviso.
In sintesi, mentre i ciclisti pedalano verso il traguardo, il resto della città si trasforma in una sitcom tragicomica fatta di deviazioni, attese infinite e cittadini furiosi che avranno tutto il tempo di meditare sul vero significato di “festività sportiva”.
Ah, il fantastico mondo delle corse tranviarie a Milano, un vero labirinto di deviazioni, sostituzioni e fermate incomprensibili. Prendiamo, per esempio, il mitico tram 15: sembra che abbia deciso di fare una gita turistica tra viale Toscana e viale Romagna, fermandosi con la dovuta meticolosità ogni due metri – come richiesto dal regolamento non scritto del “più fermate possibili, meglio è”. Se siete particolarmente affezionati al percorso, potreste ammirare le soste da Don Lonni prima di viale Toscana fino a via Francesco Maggi; scelta ideale per chi voglia perdere un’intera mattinata sotto il sole milanese.
Siccome la linearità e la semplicità non sono di questa vita, se vi trovate tra Abbiategrasso e Cadorna, la soluzione è un’epica combo di metropolitana M2 e M1, con cambio a Duomo, perché ovviamente prendere semplicemente un tram era troppo banale, giusto?
Poi c’è il tram 16, che si presenta come l’amico che fa “un giro” ma finisce con l’andare da San Siro fino a piazza Fontana passando per via Albricci e via Larga, ovvero il tour panoramico che, però, esclude con eleganza la tratta tra Missori e Monte Velino. Elementare, no? Per gli impavidi che vogliano proseguire al di là di Missori, l’invito è a prendere la M3 e poi un bus 93: una caccia al tesoro urbana per riaccendere l’adrenalina quotidiana.
Il tram 19 offre invece un romantico viaggio da Castelli a piazza Virgilio, per poi allungare fino alla Centrale, fermando in praticamente ogni piccolo vicolo che gli venga in mente: da via Boccaccio a piazza IV Novembre, il tutto con l’imponente esclusione del tratto Lambrate-piazza Virgilio. Per quest’ultimo, nessun problema, c’è il bus B19, quel generoso sostituto che compare quando meno te lo aspetti.
Se pensate che sia finita, vi sbagliate di grosso. Se volete andare verso Ortica, preparatevi ad una lista infinita di fermate che lo stesso tram segue, con nomi che suonano come un indovino di quartiere: piazza Bottini, via Viotti, piazza Leonardo da Vinci (sì, ce ne sono due, non chiedete perché)… e ovviamente tutto in ordine sparso, perché la logica è troppo mainstream. E se tornate verso Lambrate, cambiate musica e fermate, anzi, cambiate completamente il copione, con un repertorio tutto nuovo di soste che ha il sapore di una caccia al tesoro da manuale.
Per quei temerari che si azzardano a prendere il tram 24, occhio: dalle 11 alle 18:30 questo eleganza su rotaie non si occupa del collegamento tra Ripamonti/Quaranta e Duomo. Ma fortunatamente, il caro vecchio bus B24 è lì a salvarvi, sostituendolo tra Vigentino e Ripamonti/Quaranta, perché un servizio regolare sarebbe troppo chiedere. La mappa delle fermate verso Toffetti è un catalogo di complessità: via Ripamonti con le fermate a numero civico come se fossero indirizzi segreti, e persino il viale Ortles con più soste di una corsa elettorale.
Il ritorno verso Vigentino non è da meno, con fermate messe in fila come perle in una collana di confusione cronica, passando attraverso vie come Sulmona, Bacchiglione e Ortles, in un percorso che sembra progettato per testare la vostra pazienza e la vostra capacità di orientamento. E naturalmente, sempre accanto a una complessità di nomi civici che lasciano sospettare una piccola punizione nascosta.
Non scordiamo il tram 27, che dalle 11 alle 18:30 smette di fare il gradito ospite tra Forlanini M4 e Duomo, regalando ai cittadini il servizio sostitutivo del bus B27. Verso Ungheria, ancora una volta, la sfilza di fermate che sembrano una lista della spesa si allunga: viale Mugello, Corsica, via Repetti, piazza Ovidio… Incredibile pensare che una metropoli moderna possa avere una rete di trasporti così… artistica.
Nel frattempo, verso Porta Vittoria, i bus fanno le stesse fermate di qualche altro mezzo, perché la creatività degli amministratori milanesi si riversa soprattutto nella ripetizione compulsiva dei percorsi e nell’amore per i lunghi giri inutili.
Un’ode all’efficienza inventiva
Inutile negarlo: dietro questa giostra di tram e bus si cela una geniale strategia per mantenere alto il livello di stress quotidiano dei cittadini. Tra percorsi spezzettati, sostituzioni all’ultimo minuto e fermate che sembrano selezionate a caso, il servizio pubblico di Milano sembra più un intricato gioco di sopravvivenza che un sistema di trasporto serio e organizzato.
Forse è un tentativo inconsapevole di insegnare ai milanesi virtù quali la pazienza, l’adattabilità e la capacità di perdersi. O magari, più semplicemente, qualcuno ha deciso che la trasparenza e l’efficienza sono concetti così sopravvalutati da essere stati rimossi dall’agenda cittadina.
Qualunque sia l’intento, non resta che alzare le mani e godersi lo spettacolo: tra tram che fanno giri turistici, bus che sostituiscono tram ideali ma invisibili, e comunicate ufficiali che lasciano più domande che risposte, la mobilità milanese è un capolavoro di caos mascherato da servizio pubblico.
Se pensavate che muoversi a Milano durante gli orari di punta fosse impegnativo, preparatevi a una nuova sfida: il trasporto pubblico in versione acrobatica e contorta, tra sospensioni, sostituzioni e percorsi alternativi degni di un romanzo di Kafka. Preparate le scarpe da ginnastica, perché sedersi sul tram potrebbe diventare un miraggio dal tramonto all’alba.
Le linee tram e bus: un labirinto da esplorare
Il glorioso tram 33, noto più come esperimento di sopravvivenza, è sostituito tra le 11 e le 18:30 dalla variante tram 5 su un breve tratto strategico, ma non pensate di risalire tranquillamente al vostro tram consueto: da via Pascoli a Lambrate scatta il bus B19, che di fatto ricalca un altro percorso recintato di sentieri proibiti. Ah, e dimenticatevi di passare tra viale Tunisia e piazza Ascoli, la zona fantasma del trasporto pubblico milanese.
Il bus 39, con la sua aria da treno fantasma, fa servizio tra Piola e via Pitteri, saltando di peso le fermate tra viale Gran Sasso e Loreto. Per questo ultimo tratto, si suggerisce di usare la M2, perché altrimenti vi perdete nel nulla.
Avete voglia di una passeggiata lunghissima? Allora il bus 47 fa per voi: collega Bisceglie a piazzale Cantore con la calma di chi snobba intere fermate, come quella di Romolo e via Segantini. Non preoccupatevi, cercate il filobus 90 come taxi di emergenza tra via Schievano e Romolo.
Non meno rosa la vicenda del bus 54, che si fa largo tra Cascina Gobba e piazzale Susa, lasciando in balia della sorte le fermate in corso Plebisciti. Quando arriverete a Susa, la metropolitana M4 sarà la vostra migliore amica.
Il bus 55 mastica il solito percorso tra Cimitero di Lambrate e Piola, ma come da copione scarta le fermate tra via Porpora e Loreto. Ovviamente, anche qui, la soluzione è la M2 per ovviare alle mancanze.
Per la linea 56, la strategia è il domani: serve da Loreto verso via Padova e oltre, ma dimenticatevi il tratto tra Predabissi e via Andrea Doria. Un vero e proprio enigma per chi cerca un tragitto lineare.
Bus 59 in pieno stile “mordi e fuggi” fraferma dalla Famagosta a via Rimini, saltando a piè pari le fermate tra via Spezia e Porta Lodovica. La ricetta? Un caleidoscopio di cambi da M2 a tram 3.
Che dire dell’elegante bus 60? Fa la diva tra Zara e via Vitruvio, ma d’ora in poi niente servizio tra Lima e Duomo. Semplice, prendi la M3 e poi la M1 per sopravvivere alla giungla metropolitana.
Non agli orari di punta, infatti il bus 61 va in vacanza da Dateo a San Babila. Il passaggio di testimone è alla M4, perché a Milano tutto deve essere una staffetta.
Stesso copione per il bus 62, che non fa il salto tra piazza Novelli e Porta Romana e si presenta a spizzichi con percorsi parziali che quasi fanno venire voglia di tornare a casa a piedi.
Bus 65 e 79 sono i campioni delle sospensioni integrali nelle ore che contano. Gli utenti sono invitati a innamorarsi della M2 e di altre variazioni che più sembrano un puzzle da risolvere senza istruzioni.
Non parliamo poi del bus 66, che inverte la rotta dal piazzale Martini ma si dimentica di passare tra piazzale Martini e via Cadore. Una magia geografica tutta milanese.
Il bus 81 va e non va tra Sesto Marelli e via Benedetto Marcello, lasciando vuota la tratta più interessante e spedendo i passeggeri alla metropolitana M2 come soluzione di comodo.
Bus 84 funziona diviso in due come un amo a doppia esca, coprendo tratti non consecutivi e facendo capire bene che l’attraversamento lineare non è più di moda.
Il filobus 90 e 91 si danno il cambio per saltare tratti fra Zara e Romolo, elevando l’arte del servizio parziale a disciplina olimpica. Consiglio spassionato: armatevi di M2 e M5 per salvare la pelle.
Il filobus 92 non fa eccezione, limitandosi a un’ambita tratta tra Bovisa FN e Zara, lasciando in castigo chi deve spostarsi tra Zara e Lodi.
Stesso copione tragico per il bus 95, spezzato in due tronconi che sembrano più un gioco di prestigio che un servizio pubblico.
Bus 96 e 97 si distinguono perché dal mattino fino all’ora del tè sospendono tutto il servizio nei tratti più affollati, costringendo i pendolari a un balletto tra metropolitane e tram per non rimanere a piedi.
Il grande spettacolo della mobilità milanese
Insomma, se Milano era già celebre per la moda e l’aperitivo, ora si candida anche a capitale dell’arte dell’incongruenza nel trasporto pubblico. Tra sospensioni puntuali come orologi svizzeri e percorsi che cambiano più spesso degli outfit di una fashion week, l’utente medio si ritrova a navigare tra soluzioni alternative con più coraggio di un esploratore polare.
Non mancano poi le occasioni per scoprire quartieri ai margini della rete, dimenticati per ore intere, e quel senso di comunità che si crea quando ti ritrovi con sconosciuti a pianificare chilometri a piedi o incontri per caso il tram che “forse passa da quelle parti”.
Insomma, congratulazioni a chi ha pensato questo ricco mosaico di sospensioni e deviazioni: avete creato un’esperienza da ricordare (o da dimenticare, a seconda del livello di sopportazione personale). L’augurio? Che nei prossimi anni queste avventure si trasformino in un servizio degno della nomea internazionale di Milano, perché per ora il “red carpet” è fatto di marciapiedi affollati e corse affannose verso fermate invisibili.
Oh, l’indimenticabile gioia di muoversi tra le meraviglie del trasporto pubblico milanese, arricchita da deviazioni, sostituzioni e peregrinazioni degne di un rompicapo da premio Nobel. Iniziamo con il bus 96, che si è preso una pausa dalle solite gemme di via Fatebenefratelli, Cadorna M1 M2 e largo Augusto: tra San Babila e Duomo vien voglia di usare la M1 e poi cambiare fantastico treno alla M3 fino a Turati. Semplice, no?
Il bus 230, allegramente in servizio dalle 11 alle 19, sembra preferire un piccolo giro panoramico: normalmente gira verso piazza Abbiategrasso, ma oggi, che sorpresa!, decide di fermarsi anticipatamente a via Boifava, poi torna indietro verso via dei Missaglia e fa capolinea bloccato all’incrocio del bus N15. Da lì riparte a ritroso verso Basiglio e riprende il suo percorso abituale, saltando sgarbatamente qualsiasi fermata in piazza Abbiategrasso M2. Un vero esempio di coerenza logistica.
Passiamo al bus 328, che dalle 11 alle 18 si diverte a confondere i pendolari diretti ad Assago. Fino alla fermata via Monte Amiata/via Monte Penice solito itinerario, poi cambia idea e decide di bypassare via Amiata per continuare su via Monte Penice, infine si ferma in un capolinea gentilmente fornito da un altro bus, il 201. Dopodiché, come se nulla fosse, torna indietro per il percorso di sempre, fingendo che non sia successo nulla. Dimenticatevi di passare tra via Monte Penice e il capolinea Assago M2, non è contemplato nel nuovo tour.
E come dimenticare il glorioso bus 973, che si dipana tra Peschiera Borromeo e la fermata Repetti M4. Da qui si prende una pausa artistica con un giro in via Marco Bruto, terminando la sua corsa in pompa magna in piazza Ovidio. Ovviamente, al contrario verso Peschiera, senza passare tra Repetti e Cinque Giornate – un tratto per pochi eletti. E per chi volesse seguire la tratta Repetti-Tricolore, il suggerimento da intenditori è di usare la dignitosa M4. Macchina pubblica prima di tutto, arricchita da deviazioni imprevedibili e non richieste.
Decifrare il linguaggio criptico delle modifiche al trasporto
Ovviamente, dietro queste modifiche apparentemente incoerenti e vaghe, si cela un’organizzazione tanto complessa quanto ineffabile. Da chi sono dettate queste decisioni? Bisogna chiederlo al pennacchio magico della mobilità urbana o forse ad un oracolo milanese sommerso nelle sue scartoffie? Il risultato è una coreografia che combina deviazioni poetiche, salti di fermata e capolinea improvvisati: un’epopea di confusione che lascia l’intera cittadinanza ammirata e, diciamolo pure, leggermente stordita.
La manutenzione delle linee e le necessità tecniche sono giustificazioni amate dal potere locale, ma come sempre accade, il cittadino medio può solo alzare le spalle e sperare nella benevolenza del fato per arrivare a destinazione senza troppi drammi. È piacevole come una caccia al tesoro, dove ogni spostamento diventa un’avventura e ogni deviazione, una deliziosa sorpresa.
IDDIO DEL TRANNE: perché fermarsi dovunque tranne che dove servirebbe?
La cosa più ironica di tutta questa baracca è che queste modifiche penalizzano proprio quei nodi di scambio che sono la vera ossatura della mobilità urbana milanese. Piazza Abbiategrasso e Assago M2, per inciso, saltati a piè pari dal bus 230 e dal 328. Chissà se i viaggiatori hanno gradito l’improvviso taglio o se, al contrario, hanno potuto esercitare la loro abilità nel cercare alternative non sempre immediatamente comprensibili.
Per chi abbia sempre sognato di perdere tempo prezioso e riempirsi di dubbi esistenziali sulla permanenza o meno alla fermata successiva, questa è l’occasione di una vita. Il tutto con la calmante consapevolezza che, a quanto pare, qualcuno dall’alto sta cercando di svelarci l’arcano mistero delle deviazioni, lasciando il resto mortificato ma disposto a sorridere — un sorriso che oscilla fra la resa e l’ironia feroce.
In conclusione: la gestione dei trasporti come esercizio di surrealismo urbano
Insomma, se avete sempre desiderato un’epopea di trasporto pubblico che combina percorsi inconsueti, fermate saltate e capolinea improbabili, quest’ultima serie di modifiche meneghine è il vostro sogno realizzato. Un viaggio tra le meraviglie del surreale, dove la parola “normalità” è stata messa da parte, forse proprio per testare la pazienza e la capacità di adattamento dell’incontrastato eroe quotidiano: il pendolare milanese.
Prossima fermata: speranza, con ritardo stimato sempre in crescita. E forse, chissà, una bella risata amara per accompagnare tutto il panorama di inefficienze e genialate degne di una commedia tragicomica. Buon viaggio.



