Trump urla minacce all’Iran, gli esperti però scommettono che gli Stati Uniti resteranno con la mano a posto

Trump urla minacce all’Iran, gli esperti però scommettono che gli Stati Uniti resteranno con la mano a posto

Ah, la splendida idea di un attacco degli USA all’Iran, la soluzione magica che avrebbe fatto impennare i prezzi del petrolio quest’anno – come se il mercato non fosse già abbastanza incasinato. Naturalmente, secondo gli analisti, lanciarsi in una simile avventura militare richiederebbe un impegno molto più ampio e complicato di quanto Washington sembri disposta a digerire. Ma, hey, speriamo che sia solo un gioco di minacce, no? Altrimenti, addio pace mondiale.

Le tensioni non sono mai state così alte, e nonostante un faccia a faccia diplomatico (come si suol dire) la scorsa settimana in Oman, ci troviamo esattamente nello stesso vicolo cieco di sempre. Donald Trump ha alzato il tiro contro il regime iraniano dopo la brutale repressione degli scioperi anti-governativi che hanno attraversato il paese il mese scorso. Un vero capolavoro di tempismo e strategia, così pericolosamente “calcolata”.

Donald Trump ha così annunciato che sta valutando l’invio di una seconda portaerei nel Medio Oriente, nel momento in cui Washington e Teheran si preparano a riprendere i colloqui. Martedì ha minacciato l’Iran con “qualcosa di molto duro” se non si piegherà alle richieste americane, quelle richieste che spaziano da una pausa nell’arricchimento dell’uranio fino al taglio del programma missilistico balistico. Facile, no?

Si nota che a gennaio gli USA hanno già inviato il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln nel Golfo Persico. Se non siete esperti in conti navali, vi basti sapere che questo ha portato il numero di cacciatorpediniere a sei. Inspiegabilmente, alcuni analisti sostengono che non basta neanche questo esercito di ferro per abbattere il regime. Sembra quasi che la parola “facile” sia fuori dal dizionario militare statunitense in questo momento.

Chiunque creda che la minaccia di “qualcosa di duro” sia un bluff non conosce Donald Trump. Ma l’assurdità della situazione salta agli occhi quando si realizza che ciò implicherebbe un conflitto lungo e sanguinoso in una regione che perfino il comandante in capo teme. Incredibile come la retorica bellicosa si scontri con l’effettiva capacità di azione.

Alireza Ahmadi, ricercatore al Centro di Politica per la Sicurezza di Ginevra, ha perfettamente sintetizzato la situazione:

“Le forze americane in questa regione non sono sufficienti per sostenere una operazione militare di lungo termine in Iran, necessaria per raggiungere qualsiasi obiettivo significativo.”

Naturalmente, il buon Trump ha optato anche per un assalto economico, spremendo un’economia già appesa a un filo a causa delle sanzioni. Solo il mese scorso ha minacciato tariffe punitive su ogni paese che osi comprare qualcosa dall’Iran. Un capolavoro di diplomazia commerciale, o forse no? In ogni caso, nessuno sa bene cosa aspettarci dietro l’angolo.

Ali Vaez, direttore del Progetto Iran presso il Crisis Group, ha dato il suo giudizio sulla figura del presidente:

“Il presidente Trump è notoriamente imprevedibile, ma sa perfettamente che la questione iraniana non si presta a soluzioni militari pulite e facili.”

E per fortuna che lo sa, perché il costo di non agire contro l’Iran, sostiene Michael Rubin, ex ufficiale del Pentagono e senior fellow presso l’American Enterprise Institute, sarebbe colossale. Secondo lui il “lasciar sfuggire l’Iran verso il nucleare” sarebbe l’eredità più indelebile di Trump.

Anche Bob McNally, presidente della Rapidan Energy Group, ammette che il momento è rischioso e il menù di opzioni piuttosto scarno:

“Il programma balistico iraniano è così avanzato che, se intervenissimo, dovremmo andarci davvero pesante. Perché l’Iran non è certo un’avversaria da poco.”

Cosa può fare davvero Trump?

Il presidente ha fatto sapere che il supremo leader iraniano, l’Ayatollah Khamenei, dovrebbe “essere molto preoccupato”. Idee cupe, vedete, ma da veri esperti sanno tutti che il gioco non è come sequestrare un presidente sudamericano a caso. Eliminarlo non risolverebbe nulla e, anzi, lascerebbe un vuoto politico che difficilmente gli USA saprebbero gestire.

Alireza Ahmadi ha spiegato che un eventuale sostituto verrebbe scelto praticamente in diretta, mentre il controllo reale resterebbe nelle mani del potentissimo Corpo delle Guardie della Rivoluzione, l’elite militare iraniana che detta legge anche in politica estera. Insomma, cambiare la testa non cambierebbe la sostanza. Complimenti per la “rivoluzione”.

Il potere in Iran è un monolite attorno a Khamenei. Anche se il paese ha un presidente, sono lui e il suo clan a dettare le regole su politica, difesa e relazioni esterne da oltre trent’anni. Se per assurdo gli USA riuscissero a rimuovere il leader supremo e a mettere qualcun altro a capo, resterebbe comunque da capire il destino del Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Una questione aperta e, spoiler, tutt’altro che scontata.

Michael Rubin ha messo in guardia chi pensa che un semplice bombardamento aereo possa cambiare le cose, senza mettere piede sul terreno – né con soldati americani, né con quelli iraniani. L’illusione che l’aria possa risolvere problemi politici è stata, come sempre, fin troppo generosa.