Che onore, Donald Trump torna a far parlare di sé con un’idea rivoluzionaria degna di un laureato in economia su Facebook: creare una riserva strategica di minerali critici per non dover mai più dipendere dalla Cina. Perché sì, in un mondo così globalizzato, è praticamente un sacrilegio ammettere che il mercato globale funziona – ma non se sei l’incontrastato campione del “facciamo come pare a noi”.
Così venerdì scorso il magnate classe ’46 ha annunciato il suo capolavoro chiamato “Project Vault”, un piano che fa sussultare gli azionisti delle società americane che estraggono terre rare. Una mossa incredibilmente innovativa che consiste nel mettere in campo un fondo da 12 miliardi di dollari, un mix da 2 miliardi provenienti da capitali privati e un prestito da 10 miliardi garantito nientemeno che dalla U.S. Export-Import Bank. Una trovata geniale per un paese che da anni dipende da Pechino per quasi il 60% di queste risorse e che si è sempre lamentato (giustamente) di questa dipendenza.
Ma non temete, Trump rassicura con la solita sicurezza da salotto televisivo:
“Per anni le aziende americane hanno rischiato di restare senza minerali critici quando il mercato si rompeva. Oggi lanciamo Project Vault, per essere sicuri che mai più americani e lavoratori soffrano per una carenza.”
Ora, non so voi, ma la definizione di “mai più” detta da uno che ha passato metà del tempo da presidente a litigare con ogni stato straniero sembra almeno una promessa ambiziosa. Comunque, sempre lui prosegue con piglio da manager dell’Impero:
“Non vogliamo mai più rivivere quello che è successo un anno fa. Benché, tutto sommato, è andata bene.”
Per chi non ha memoria da pesce rosso, un anno fa gli Stati Uniti hanno avuto un momentaneo – ma drammatico – problema nel reperire terre rare e altri materiali indispensabili per tutto, dai telefonini ai missili. Ma niente paura, perché ora avranno la loro “riserva strategica”, proprio come il petrolio. Magnifico, peccato solo che colonne intere di aziende fossero e siano ancora completamente interconnesse, con la Cina che produce oltre il 90% dei magneti permanenti mondiali. Insomma, una scusa in più per gridare al complotto e fare finta che un pozzo di soldi basti a risolvere decenni di globalizzazione.
Dei 17 elementi della tavola periodica definiti “terre rare”, solo pochi paesi possono vantare il dominio di questa produzione, e indovinate un po’? La stella è la Cina, che ha in mano quasi tutto il mercato, e non sembra intenzionata a mollare lo scettro. Ma, ehi, l’America non molla e vuole fare da sé, anche se parte in netto ritardo e con un piano che di sicuro accontenta più gli azionisti delle società minerarie USA che i cittadini comuni.
Lo sguardo di un esperto… e qualche dubbio
Wade Senti, presidente della florida Advanced Magnet Lab, ha provato a mettere un po’ di sale nella minestra con un’analisi che suona come una diplomatica stretta di mano tra chi produce e chi spera in un futuro meno “cinese-dipendente”.
Secondo lui, i passi presi dagli Stati Uniti sono “decisivi” per mettere in sicurezza la catena di approvvigionamento di queste risorse vitali, ma attenzione, il vero salto di qualità non sarà solo avere i minerali in casseforti, bensì riuscire a usarli in magneti permanenti innovativi che alimentino tutto, dalle auto elettriche ai robot umanoidi da salotto (chissà se anche per quelli della Casa Bianca). In altre parole, non basta il tesoro, serve la magia tecnologica per sfruttarlo davvero. E, pare, che l’innovazione non debba limitarsi al solo neodimio, ma contemplare un cocktail di minerali per garantire maggiore flessibilità di approvvigionamento.
Per chi avesse pensato che bastava sganciare miliardi per risolvere il problema, l’esperto chiarisce invece che il gioco si fa duro quando questi minerali saranno integrati nelle tecnologie del futuro, cioè lì dove davvero si giocherà la partita geopolitica ed economica.
Insomma, la riserva strategica di Trump è un ottimo spot per le azioni di Critical Metals (+6,4%), USA Rare Earth (+4,3%) e MP Materials (+4%), come è ovvio se la Borsa decide di scommettere sulle promesse di un presidente che fa scuola nel trasformare anche le banalità in headline di prima pagina.
Nel frattempo, l’analisi più tagliente resta la seguente: tutto questo teatrino rischia di trasformarsi in un’altra colossale spesa pubblica per difendere un’industria americana ferma agli anni Novanta, mentre il resto del mondo corre a trasformarsi nell’era digitale con meno dipendenza, più efficienza e – sorpresa – meno proclami roboanti.



