Washington. Bisogna riconoscere che l’amministrazione Trump non perde tempo e stavolta ha puntato il dito contro un’icona mondiale dell’abbigliamento sportivo: la leggendaria Nike. Come se non bastasse la fama del suo baffo, Nike si ritrova ora sotto la lente dell’EEOC — quella meravigliosa agenzia federale che si occupa di far rispettare le leggi contro la discriminazione sul lavoro. Sorpresa delle sorprese, il bersaglio non sono i soliti discriminati, ma gli sventurati dipendenti bianchi, vittime di un trattamento che l’amministrazione considera scandaloso.
Non è un segreto, infatti, che la guida di Trump abbia fatto della protezione degli uomini bianchi sul luogo di lavoro una specie di crociata. Il colosso del baffo sportivo è solo l’ultimo involontario protagonista di una maxi indagine, lanciata dopo un clamoroso appello pubblico ai lavoratori bianchi, invitati a segnalare ogni possibile discriminazione razziale o sessuale subita. Un vero e proprio cornice da fare invidia ai migliori spot di solidarietà universale.
L’EEOC non ha usato mezzi termini nell’appello su X (una piattaforma tanto nota quanto affidabile): “Sei un uomo bianco vittima di discriminazione sul lavoro? Forse ti spetta un risarcimento”. E ha aggiunto con quell’altruismo tipico del momento:
“L’EEOC è determinata a identificare, contrastare ed estirpare ogni forma di discriminazione, compresa quella che coinvolge candidati e dipendenti maschi di razza bianca.”
Come se non bastasse, la settimana scorsa l’amministrazione ha deciso di far valere i muscoli in tribunale, in un’aula federale del Missouri. La richiesta? Che la Nike apra i suoi archivi riguardo alle accuse di discriminazione verso i bianchi all’interno del suo tanto decantato programma di diversità, equità e inclusione (DEI). Una trovata geniale, se si considera che è proprio questo programma a essere finito sotto accusa.
La presidente dell’agenzia, Andrea Lucas, non ha perso occasione per ricordare con la dovuta severità che la garanzia contro la discriminazione in base alla razza, garantita dal Titolo VII, non fa distinzioni e che l’EEOC deve proteggere tutti i dipendenti, qualsiasi sia il colore della loro pelle. Insomma, un’ovvietà da manuale, ma che ha ovviamente il sapore di una campagna strategica molto studiata.
La replica della Nike è stata altrettanto “delicatissima”:
“Abbiamo collaborato ampiamente e in buona fede con l’indagine, fornendo migliaia di pagine di documentazione e risposte dettagliatissime. Ci chiedono ancora informazioni e, ovviamente, stiamo continuando a fornirle.”
In pratica, Nike fa la faccia innocente, come se tutto questo non fosse altro che un «assordante caso d’accanimento» contro un’azienda che – guarda caso – sta ancora cercando di tirarsi fuori da un altro marasma: una causa per molestie sessuali iniziata nel 2018, tipica eredità del glorioso movimento MeToo e culminata con dimissioni e accuse di una cultura aziendale tanto tossica quanto imbarazzante.
Fin dal primo giorno del suo mandato, Donald Trump ha messo in chiaro la sua missione: cancellare ogni traccia di programmi DEI, non solo nel governo federale ma anche nelle aziende private, con ordini esecutivi ed indagini al seguito. Le imprese, terrorizzate e più rapide di una corsa ai saldi, hanno affrettato i loro adeguamenti per non scontentare la Casa Bianca.
Non ci sorprende scoprire che l’EEOC, sempre sotto la sua guida, ha persino archiviato casi importanti, come quello relativo alla selezione dei candidati presso Sheetz e denunce di discriminazione contro lavoratori transgender. Insomma, la giustizia selettiva ha fatto scuola.
In tutto questo pantano di strane priorità, avvocati impegnati nella difesa dei diritti sul lavoro e attivisti per i gruppi vulnerabili urlano alla politica di convenienza dell’EEOC: un’agenzia che sotto la presidenza Trump dirige i riflettori a comando, scegliendo chi indagare con una discrezionalità da fantascienza amministrativa.



