gli Stati Uniti continuino a sfoggiare il loro muscolo militare proprio mentre discutono di pace. Mentre la città svizzera di Ginevra si prepara ad ospitare un altro round di chiacchierate sul programma nucleare di Teheran, il mondo osserva con il fiato sospeso, non tanto per la speranza di un accordo, quanto per la sensazione che una qualche dimostrazione di forza sia dietro l’angolo.
Il tutto mentre il presidente Donald Trump, fresco di un discorso al Congresso incentrato più sulle questioni interne che non sulla crisi mediorientale, getta semi di minaccia: sostiene di preferire la diplomazia… a patto che l’Iran accetti di rinunciare definitivamente all’arma nucleare, un’espressione così seguita da un: “Ma non ci credo proprio”.
Donald Trump ha detto:
“Siamo in trattativa con loro. Vogliono fare un accordo, ma non abbiamo ancora sentito quelle parole segrete: ‘Non avremo mai un’arma nucleare’.”
Una vera lezione di chiarezza e ottimismo. Eppure, per gli analisti come George Pollack, questa pantomima serve più a creare un’apparenza di successo, in un momento in cui il presidente vanta la fine di otto guerre che, a dire il vero, non sono mai davvero terminate – solo qualche scaramuccia qua e là.
George Pollack, esperto di politica statunitense, ha commentato:
“Per Trump, si tratta più di mostrare la forza degli Stati Uniti e cercare di sembrare un paladino della pace, piuttosto che mettere in atto una politica sostanziale. Questa imminente riunione di giovedì sarà un successo, almeno dal punto di vista della diplomazia fotografica.”
Nel frattempo, il portaerei USS Gerald R. Ford fa il suo ingresso strategico nel porto di Souda Bay sull’isola di Creta, perché cosa c’è di meglio di un’aggressione militare mascherata da semplice funzione portuale? Perfetto sfondo per negoziati che definire “precari” è un atto di ottimismo davvero infondato.
Altri stratega finanziari, invece, scoraggiano qualsiasi illusione di pace imminente e mettono un conto alla rovescia sul tavolo, ipotizzando un “ultimatum” di 10-15 giorni per Teheran, che cade proprio nella prima decade di marzo. Peccato che questa sorta di ticchettio dell’”orologio della discordia” implichi solo un maggior premio al rischio dei mercati, figlio di una palese incertezza.
L’Iran tenta di restare a galla nelle acque torbide della diplomazia
Mentre negli ambienti occidentali si esibiscono in accuse e ultimatum, il ministero degli Esteri iraniano prova la via dell’ottimismo diplomatico, quasi fosse un atto di fede. Abbas Araghchi, il ministro, si affretta a comunicare tramite i social media che le trattative a Ginevra avranno luogo “con determinazione per raggiungere un accordo giusto e equo nel minor tempo possibile”.
Abbas Araghchi ha dichiarato:
“Le nostre convinzioni fondamentali sono chiare: l’Iran non svilupperà mai un’arma nucleare; tuttavia, non rinunceremo mai al diritto di utilizzare la tecnologia nucleare pacificamente per il nostro popolo.”
Un po’ come dire: “Ok, niente bombe atomiche, ma non scordatevi che vogliamo il pacco completo della tecnologia nucleare civile”. Qualcuno ha detto contraddizione? Intanto nei pressi di Teheran, il traffico scorre sotto la celebre Torre Azadi, ovvero la “Torri della Libertà”, costruita da un regime ormai passato ma ancora impregnato di simboli e contraddizioni.
Petrolio, giochi di potere e esercitazioni militari stilose
Come se non bastasse il clima da commedia diplomatica, il prezzo del petrolio si aggira vicino ai massimi degli ultimi sette mesi, rigorosamente alimentato da notizie su possibili interruzioni delle forniture. Il tanto amato e odiato Brent sfiora quota 71 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate non è da meno, affondando le radici in una volatilità tutta da godersi.
Non dimentichiamo che l’Iran, membro di spicco dell’OPEC, gestisce più di 3 milioni di barili al giorno, un dettaglio non trascurabile per chi segue i giochi di potere globali. Per non farsi mancare nulla, la Repubblica Islamica ha anche organizzato esercitazioni militari nel cruciale stretto di Hormuz, e ha mostrato qualche vezzo marittimo in compagnia della Russia nel Golfo di Oman, perché l’amore per gli spettacoli di forza navale sembra ormai una malattia contagiosa in questa regione già così fotogenica per tensioni e minacce.
Insomma, mentre i diplomatici si siedono attorno a un tavolo allestito come fosse la scena perfetta per un reality internazionale, le petroliere navigano indisturbate verso i loro soliti affari, e i carri armati prendono posto come comparse involontarie di un film che promette ben pochi colpi di scena a lieto fine.



