Che gioia scoprire che anche il Cile è stato inghiottito dalla magnifica lotta di potere tra Stati Uniti e Cina. Il Paese, che vanta Washington come principale investitore estero e Pechino come partner commerciale numero uno, si trova ora nel mezzo di una crisi diplomatica degna di una telenovela sudamericana. Come se la geopolitica non fosse già un gioco abbastanza complicato, l’amministrazione americana ha deciso di spargere un po’ di pepe sulla tensione, mettendo pressione per via di un progetto di cavi sottomarini collegati alla Cina. Un plot twist da fantascienza.
Ultima trovata del Segretario di Stato americano Marco Rubio: imporre restrizioni sui visti a tre funzionari cileni coinvolti in un progetto digitale con aziende cinesi, sostenendo che rappresentino una minaccia per la sicurezza. Per non farsi mancare nulla, il Presidente cileno uscente Gabriel Boric ha reagito con la grazia di uno che ha appena ricevuto un invito sgradito alla festa, condannando le sanzioni sui visti e rifiutando con foga l’idea che il suo Paese possa “promuovere azioni che minaccino la sicurezza regionale”.
Chi è, dunque, uno degli infami funzionari? Il Ministro dei Trasporti e delle Telecomunicazioni Juan Carlos Muñoz. Gli altri due? Mistero. Forse personaggi invisibili, o segreti di stato. L’ambasciatore statunitense a Santiago, Brandon Judd, ha difeso a spada tratta il divieto dicendo che è “diritto sovrano degli USA prendere provvedimenti quando sentiamo che la sicurezza della regione è minacciata”. Già, ovvero il concetto di democrazia a doppio binario che tanto piace oltreoceano.
Ma non è tutto. La scaramuccia diplomatica avviene proprio a ridosso del vertice dei leader latinoamericani a Miami. Come se non bastasse l’uscita di scena del governo di sinistra cileno, che lascia il passo a una nuova, splendidamente di destra, amministrazione guidata da José Antonio Kast. Un test difficile per il neo presidente, vero eroe in questa commedia geopolitica, che dovrà destreggiarsi tra alleanze scomode e pressioni internazionali.
Gli esperti sono concordi nel vedere questo caso come un “avvertimento calibrato” diretto a Kast: le decisioni strategiche sull’infrastruttura digitale non saranno più semplici appalti neutri, bensì messaggi politici in piena regola. E il padrone della situazione, il buon vecchio Donald Trump, sembra intenzionato a rinvigorire la sua versione personale della Dottrina Monroe, volta a mantenere il controllo nerboruto sulle Americhe, magari con qualche pugno ben assestato.
Il curioso caso dei cavi sottomarini
Per chi non fosse a conoscenza, i cavi sottomarini digitali sono il vero sistema nervoso del mondo moderno: quei grossi fili invisibili che permettono di fare chiamate internazionali, scambiare dati finanziari e, beninteso, postare meme sui social. Sorpresa: quasi il 95% del traffico internet globale viaggia su queste autostrade sommerse. Sono l’infrastruttura più strategica da quando l’uomo ha inventato il telecomando.
Mariano Machado, principale analista per le Americhe presso la società di intelligence Verisk Maplecroft, ha spiegato il perché di tutta questa commedia: “Le prossime mosse di Kast a Washington, soprattutto durante il summit Shield of the Americas, saranno test fondamentali per capire come il Cile saprà destreggiarsi tra due superpotenze sotto pressione”.
Ha poi aggiunto: “In un contesto come questo, l’ambizione di trasformare il Cile in un hub digitale diventa realizzabile solo se si affrontano subito le paure geopolitiche, e non quando la crisi è già esplosa. Le trattative vincenti saranno quelle che garantiscono sin da subito governance trasparente e affidabilità nella sicurezza, per mantenere la credibilità economica.”
Insomma, niente più progetti neutrali o “business as usual” in salsa latinoamericana. Se vuoi un cavo sottomarino, devi scegliere da che parte stare: Pechino o Washington. Non che fosse un dilemma tanto difficile da risolvere, vero?
La Cina risponde a tono
Non poteva mancare la risposta del gigante asiatico. L’ambasciata cinese in Cile non ha usato giri di parole, accusando gli Stati Uniti di mostrare “palese disprezzo per la sovranità, la dignità e gli interessi nazionali cileni”. D’altra parte, quando hai sempre avuto una dottrina come quella di Trump targata “Donroe” – un mix di Donald Trump e la vecchia Dottrina Monroe che mercifica la supremazia americana sul continente – il rispetto per i vicini è chiaramente un optional.
E non è finita qui. La tensione si estende anche ad altri angoli dell’America Latina, dove Panama ha appena decretato incostituzionale una concessione portuale legata a una società di Hong Kong, un colpo basso per gli interessi cinesi e una vittoria ipotetica per la sicurezza regionale dagli occhi a stelle e strisce.
Non meno drammatica è la strategia contro Cuba, dove gli USA minacciano dazi contro chiunque osi fornire petrolio all’isola comunista, e la recente operazione militare “straordinaria” che ha tentato di spodestare Nicolás Maduro in Venezuela. Insomma, lo scontro tra imperi continua, lascia poco spazio agli innocenti e amplifica il paradosso di un continente che continua a essere il terreno di gioco preferito per le geopolitiche più aggressive.



