Trump e Xi si ritrovano a Pechino: appuntamento fissato per metà maggio, preparate i popcorn

Trump e Xi si ritrovano a Pechino: appuntamento fissato per metà maggio, preparate i popcorn

Segnatevi la data: metà maggio. Donald Trump ha finalmente deciso di mostrare il muso a Xi Jinping durante una visita in Cina il 14 e 15 maggio, dopo aver fatto aspettare tutti con un viaggio rimandato che, ostinatamente, avrebbe dovuto svolgersi tra il 31 marzo e il 2 aprile. Per non farsi mancare nulla, il caro Trump ha promesso pure di ospitare il leader cinese a Washington entro la fine dell’anno, sottolineando su Truth – perché ovviamente i social sono la fonte più autorevole – che i funzionari sono immersi nell’arduo compito di «finalizzare i preparativi per queste visite storiche». La Casa Bianca, sempre solerte, ha confermato le date. La portavoce Karoline Leavitt ha spiegato che «il presidente Xi ha capito quanto sia fondamentale la presenza del presidente durante queste operazioni militari in corso». Tradotto: la guerra fa da scenografia perfetta per le visite di Stato. Nel frattempo, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha sottolineato ai cronisti che «ambedue le parti mantengono i contatti sulla visita», evitando però di confermare le date sbandierate da Trump. Normalissimo, visto che l’agenda del signor Xi è di solito un segreto meglio custodito di un manuale di magia. Mettere una data però è un rischio: magari poi tocca spostarla, e ammettiamolo, non è il massimo per la reputazione.

Nel dietro le quinte di questo teatrino, però, si nasconde una strategia ben poco trasparente. Trump vuole il faccia a faccia con Xi solo dopo che la querelle con l’Iran sarà finita, giusto per tenere alta la tensione e guadagnare qualche punto in più sul tabellone della diplomazia. All’inizio, la Casa Bianca ha raccontato una storia da manuale: il viaggio è rinviato perché il presidente deve restare a Washington e coordinare in carne e ossa gli sforzi bellici come comandante in capo, mica per altri motivi. Ma, come sempre succede, la trama si infittisce: Trump aveva fatto capire che la disponibilità della Cina a contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz avrebbe influenzato la programmazione del vertice. Tradotto dal politichese: tutto questo giro per mettere pressione sul colosso asiatico, trasformando il summit in un ricatto mascherato, secondo cui più cooperi in Medio Oriente e più ti lascio giocare al grande sul palco globale.

L’ironia della faccenda è che poco dopo la Casa Bianca ha fatto marcia indietro, cercando di depoliticizzare il rinvio e negando qualsiasi legame tra la visita e la richiesta di aiuto cinese nel Golfo. Quel piccolo dietrofront, però, non è sfuggito agli occhi attenti (e probabilmente divertiti) di Pechino, che avrà pensato: «Ecco, ecco, stiamo parlando con il campione mondiale delle fluttuazioni diplomatiche». Il risultato? Qualcuno ha sicuramente colto questa storia come un segnale di debolezza, visto il passaggio fulmineo da minaccia a smentita nel giro di qualche ora. Siamo all’incasso del più classico degli equivoci americani: la guerra contro l’Iran smuove non solo cannoni e carri armati, ma anche le molle invisibili della geopolitica globale tra Stati Uniti e Cina.

Washington si ritrova così invischiata in un conflitto che oltre a consumare risorse militari e attenzione politica sconvolge il mercato energetico mondiale. Lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una fetta enorme del petrolio che muove l’economia globale, diventa campo di battaglia e fonte di informalissime trattative. Quello che sorprende (o forse no) è che la Cina si trova a giocare in casa: le sue importazioni di petrolio dipendono per il 45% proprio dal Medio Oriente, un dato quasi modesto se confrontato con il Giappone o la Corea del Sud, che superano il 90%, o le Filippine che sfiorano il 98%. Per un gigante come Pechino, poi, ci sono paracaduti d’emergenza, come consistenti scorte strategiche, grandi investimenti nelle energie rinnovabili e una diversificazione miracolosa delle fonti di approvvigionamento.

Come se non bastasse, proprio in questi giorni la Cina ha annunciato un mega accordo per l’acquisto di gas dal Turkmenistan, dimostrando che mentre Trump perde tempo dietro rinvii e tweet, Pechino continua a tessere la sua tela energetica senza farsi distrarre da inutili commedie diplomatiche.

Trump si sgretola mentre Xi conquista il mondo. Con la Russia che sorride

Nel grande gioco delle poltrone e delle potenze, quella che emerge è una narrativa implacabile: Trump perde terreno e credibilità, mentre Xi Jinping si trova a raccogliere i frutti di una strategia che, pur se machiavellica, ha il sapore della lungimiranza. In un momento storico in cui l’ordine mondiale sembra oscillare come una giostra impazzita, l’arte della pazienza e della strategia sembra vincere sulla presunzione e sulle parole al vento.

Coi riflettori puntati sulle tensioni mediorientali, la Russia intanto si gode lo spettacolo, pronta a incassare i dividendi di un sistema internazionale sempre più polveroso e frammentato. È chiaro che mentre qualche presidente si affanna tra tweet e rinvii, altri capitalizzano ogni vuoto di potere con fredda determinazione. Un copione classico, ma ogni volta così deliziosamente prevedibile.