Nel grande gioco del “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, il Pentagono si ritrova impantanato con una dipendenza tecnologica che sarebbe quasi comica se non fosse drammatica. Cambiare i codici software di Claude – la creatura di Anthropic – con i sistemi più “cool” di Elon Musk e OpenAI non è un’operazione da nulla: serviranno almeno sei mesi. Mezz’anno intero in cui probabilmente continueranno a lavorare con chi, a bocce ferme, è considerato un “rischio per la sicurezza”.
Il paradosso tecnologico che fa riflettere (o ridere amaro)
Il caos regna sovrano nel panorama delle tecnologie militari e dell’intelligence, e la storia di Anthropic è l’ennesima dimostrazione di come si possa sparare a zero contro un’azienda, per poi correre a battergli cassa quando serve. Non importa se la minaccia nazionale di oggi diventa il fornitore indispensabile di domani.
Naturalmente, i responsabili del Pentagono si affannano a spiegare che la sostituzione dei sistemi non è immediata perché “siamo dipendenti dai sistemi esistenti”, ovvero che sbarazzarsi di Anthropic è una bella gatta da pelare. Sicuramente un guizzo di strategia: si minaccia qualcuno e poi, con la scusa della sicurezza, lo si sfrutta fino all’osso.
La dipendenza che nessuno vuole ammettere
Se il concetto di “indipendenza tecnologica” fosse un piatto, quello che arriva alla tavola del Pentagono sarebbe un triste avanzo. Sostituire un’intelligenza artificiale non è come cambiare modello di macchina, soprattutto quando il software è diventato il cuore pulsante di operazioni delicate e segretissime.
Invece di preoccuparsi dolorosamente della propria “dipendenza”, si vorrebbe far credere all’opinione pubblica che tutto sia pianificato, sotto controllo, e che la “minaccia” sia superata. In realtà, però, la scritta “usa il software sotto minaccia” campeggia luminosa nel manuale operativo, senza che nessuno si azzardi a cambiarla in tempi brevi.
Metti un algoritmo in mezzo e scappa la coerenza
Questa storia è il manifesto perfetto di come l’isteria verso alcune tecnologie si infranga fragorosamente contro la realtà dei fatti. Minaccia un giorno, indispensabile il giorno dopo, con tanto di criptici murmuretti sulle tempistiche di sostituzione. Un ciclo di ipocrisia senza fine, divertente se non fosse tragico.
Non sorprende che la narrativa pubblica sia così confusa: da un lato si bacchettano certe aziende per presunti rischi, dall’altro si finiscono per usare proprio quelle stesse aziende per portare avanti strategie militari e diplomatiche di primo piano. Lo spettacolo grottesco di una tecnologia che nessuno controlla davvero, ma tutti temono di abbandonare.
Insomma, se la sicurezza nazionale passa da compiacenti conflitti d’interesse e da algoritmi sotto scrutinio, possiamo rilassarci: tutto è sotto controllo, purché si mantenga la stessa incoerenza spassosa e restauratrice del dubbio.



