Trump ci regala un’altra genialata: ecco perché sogna una Cuba “amichevole” come se fosse così semplice

Trump ci regala un’altra genialata: ecco perché sogna una Cuba “amichevole” come se fosse così semplice

Washington si sveglia un bel mattino con un’idea originale: prendere direttamente in mano le redini di Cuba. Ovviamente, senza alcun tipo di forzatura guerrafondaia, ma solo con un’eleganza diplomatica degna di una soap opera. Donald Trump, con quel tocco di understatement tanto caro ai magnati della politica, descrive l’isola caraibica come una “nazione fallita”, dimenticando forse che le definizioni di fallimento sono un po’ soggettive, specie se pronunciate da un presidente noto per i suoi successi imprenditoriali… a suon di colpi di fortuna.

Prima di salire sull’eldorado volante Marine One con destinazione Texas, il tycoon ha regalato ai giornalisti un annuncio degno di un reality: «Il governo cubano sta facendo due chiacchiere con noi. Sono in grosse difficoltà, senza un centesimo. Non hanno nulla al momento, ma stanno parlando con noi, e forse riusciremo a fare un’acquisizione amichevole. Potremmo finire per prenderci Cuba senza sparare un colpo». Tradotto: niente guerra stile Venezuela, solo un’amichevole compravendita di sovranità nazionale, come fosse un immobile su Airbnb.

L’assenza di minacce militari è confortante, anche se i dettagli restano nebulosi, come al solito quando si parla di manovre statunitensi nei Caraibi. Nel frattempo, Trump sostiene di negoziare con l’Avana per ottenere il benestare dell’“acquisizione”, mentre contemporaneamente il Paese è “sotto assedio” da una crisi economica che fa sembrare il Venezuela un modello di stabilità.

Il presidente repubblicano continua con la sua versione dei fatti, mettendo in scena uno scenario da film: «Da quando ero un ragazzo sento parlare di Cuba. Adesso sono in guai seri e potremmo fare qualcosa di grande, molto positivo, per tutte quelle persone cacciate via, o peggio, da Cuba e che vivono qui negli Stati Uniti. Sai, gente che vuole tornare nell’isola e che è felice di quello che sta succedendo». Un modo brillante per vendere l’imminente colonizzazione come un atto di generosità post-coloniale, senza neanche un riferimento imbarazzato al ruolo storico degli USA nel soffocare l’isola.

L’arte sottile della negoziazione a stelle e strisce

Il ministro degli Esteri Marco Rubio, anch’egli protagonista di questo spettacolo diplomatico, è designato come l’uomo-chiave nelle trattative con Cuba. E lo fa sapere senza troppi giri di parole: «Si occupa lui, a livelli molto alti. E sai, non hanno soldi, petrolio o cibo. In pratica, una nazione che cammina sulle ginocchia vuole il nostro aiuto». Sua è anche la cifra retorica che riduce l’intera isola ad un mendicante di risorse, dimenticando del tutto come l’embargo USA, incombente come una nuvola tossica, non abbia fatto altro che soffocare l’economia cubana.

Dalla cattura teatrale del presidente venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio (notizia più sceneggiata che reale, ma questa è un’altra storia), la tensione tra Washington e l’Avana è salita alle stelle. Risultato? Un divieto totale alle forniture di petrolio da Venezuela e Messico, ovvero le arterie energetiche principali dell’isola. Il colpo di grazia per una nazione già sull’orlo del baratro.

Gli esperti predicono il crollo definitivo entro metà marzo, quando le riserve di emergenza si esauriranno e Cuba sarà lasciata a se stessa, a godersi un’implosione indolore. Nonostante la pressione americana e le chiacchiere di regime change, il governo del presidente Miguel Díaz-Canel fa sapere di non avere al momento alcuna intenzione di passare la mano. Un dettaglio trascurabile se si considera che Washington continua a suonare il violino delle buone intenzioni mentre orchestra questa sinfonia di declino.

Conclusioni da manuale delle umiliazioni diplomatiche

Insomma, mentre Donald Trump si crogiola nella sua fantasia di amicizia internazionale e acquisizione amichevole, i fatti dicono tutt’altro: un embargo che strozza, una crisi umanitaria che monta e un governo che tenta, almeno per ora, di mantenere la propria sovranità. Ma perché lasciare che piccoli dettagli come la realtà rovinino un buon copione americano su “come raddrizzare un Paese”? Forse la verità è meno amichevole e molto più cinica, come una telenovela alla quale ormai siamo abituati.

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