La sua orazione è prevista per le 8:30 ora della East Coast, coincidenza non casuale con l’assemblea delle élite che popolano ogni anno la cittadina svizzera, intervallata da incontri con altri leader mondiali per un summit che si preannuncia ricco di sorprese. Si sa, la diplomazia si fa con la classe e un pizzico di teatralità.
In un momento in cui l’America si lecca le ferite di un ciclo elettorale di metà mandato che promette fuoco e fiamme soprattutto per il caro vita, il nostro beniamino ha dichiarato che parlerà principalmente di proposte per ridurre i costi della casa. Come se la questione immobiliare fosse il problema più urgente da affrontare, mentre lui distrattamente tenta di comprare un’isola artica da un territorio amico. Ma non preoccupatevi, nessuna pressione.
La notizia vera, ovvero la sua sempre più bellicosa insistenza nel voler acquisire la Groenlandia da Danmark, ha già rubato la scena e dato il via a un balletto diplomatico che fa impallidire le serie tv di spionaggio. Trump e i suoi non si sono scomposti neanche un po’ a negare l’ipotesi di usare la forza militare per ottenere il territorio, e il comandante in capo ha pure annunciato tariffe sempre più pesanti su una serie di amici europei finché non si accorderà la vendita.
Risultato? Il mercato statunitense ha fatto un tuffo al primo segnale di questa escalation tariffaria, dimostrando che forse qualcuno a Wall Street ha capito che giocare con questo fuoco è un’idea brillante, sì, ma soprattutto folle.
Nel frattempo, funzionari americani, nel disperato tentativo di mettere una pezza, invitano tutti a rilassarsi e a respirare profondamente. Il segretario del Tesoro, Scott Bessent, in una performance da bravo alunno cerca di rassicurare:
“Tutti si calmino, non facciamo inutili escalation. Il presidente Trump ha una strategia qui. Ascoltatelo, e tutto andrà bene.”
Un appello incoraggiante se non fosse che, poco dopo, il segretario al Commercio Howard Lutnick assicura che i rapporti commerciali con l’Europa e il Regno Unito sono “stabili e duraturi”. Perché si sa, puoi litigare e non mettere a rischio l’amicizia, almeno finché non inizia la guerra tariffaria.
Prima di imbarcarsi per la Svizzera, il presidente ha dichiarato con un’innocenza disarmante:
“Abbiamo tanti incontri in programma sulla Groenlandia, e penso che le cose andranno a buon fine.”
L’indipendenza groenlandese e le perplessità dei locali
Peccato che, dall’altro lato dell’Atlantico, la situazione sia un po’ più complicata: la Groenlandia è un territorio autonomo della corona danese, già protetto da un’alleanza militare che, teorizzando una solidarietà infinita, dovrebbe coinvolgere tutti quando uno viene attaccato.
Ma a quanto pare, questa teoria contrasta con la visione di un presidente che è fermamente convinto che solo comprando l’isola si possa garantire una sicurezza “pura e semplice”. Scordatevi la base militare americana già esistente; per lui non è abbastanza.
Nel frattempo, la resistenza cresce: interviste con la ministra groenlandese per gli affari economici e le risorse minerarie, Naaja Nathanielsen, rivelano un mix motivato di paura, confusione e indignazione tra gli abitanti, che vedono con scetticismo la prospettiva di essere “incorporati” da un altro paese.
Le recenti proteste e i sondaggi confermano inoltre come questa intenzione sia tutto meno che popolare tra i groenlandesi, che probabilmente preferirebbero continuare a essere un po’ danesi, piuttosto che vedersi trasformare in una succursale americana.
Tra inviti diplomatici e disaccordi netti, una delegazione congiunta di Groenlandia e Danimarca ha recentemente incontrato il vicepresidente americano JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, facendo sapere senza tanti giri di parole che con l’amministrazione Trump la situazione è più complicata di quanto l’illustre presidente vorrebbe ammettere.
Dinanzi alle critiche, Trump rilancia con tariffe e nuove diplomazie
Ignorando gli evidenti segnali di allarme e l’ambascia dei suoi partner europei, Trump insiste nel definire l’acquisizione della Groenlandia una necessità strategica, soprattutto per arginare quella che definisce una “minaccia” russa e cinese nell’Artico.
Non contento, ha sventolato una lista di otto paesi membro della NATO – compresi la Francia e il Regno Unito – che, a suo dire, meritano da giugno tariffe a partire dal 10% che cresceranno fino al 25%, come ritorsione per lo spostamento di truppe in Groenlandia. Una specie di vendetta commerciale che trasuda buon senso, soprattutto dal punto di vista dei mercati.
Le reazioni europee non si sono fatte attendere. Emmanuel Macron ha risposto con un concerto di dignità e fermezza:
“Le minacce tariffarie non sono accettabili… Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se queste misure si concretizzeranno. Garantiremo la sovranità europea.”
Il rapporto di Trump con Macron è ormai pressoché in stato di collasso, complice anche l’exploit di Trump che ha avanzato la minaccia di una tariffa del 200% sul vino francese quando è stato chiesto un parere sull’assenza di Macron nel ‘Board of Peace’ per Gaza, quell’organismo bello e solidale che probabilmente aveva bisogno proprio di questo tocco di classe.
Per arricchire ulteriormente il suo plateale palcoscenico, Trump ha pure invitato Vladimir Putin a unirsi a quel medesimo consiglio: una mossa di gran gusto, peccato che forse il mondo voleva vedere un po’ meno l’influenza russa nel Mediterraneo e un po’ più la coesione atlantica garantita dalla NATO.
Ad inizio settimana, il tycoon ha persino condiviso uno screenshot di un messaggio di Macron, in cui il presidente francese esprimeva la sua palese incomprensione per la “strategia” di Washington nei confronti della Groenlandia. Un siparietto da non perdere.



