Trump celebra la generosità giapponese nel buttare 36 miliardi di dollari nei megaprogetti americani che nessuno ha chiesto

Trump celebra la generosità giapponese nel buttare 36 miliardi di dollari nei megaprogetti americani che nessuno ha chiesto

E continua, come se fosse il mantra della settimana:

“La portata di questi progetti è così grande, e non sarebbe possibile senza quella parola magica: DAZI.”

Nel frattempo, la Premier giapponese Sanae Takaichi osa addirittura parlare di rafforzamento dell’alleanza GiapponeStati Uniti e di benefici reciproci, senza dimenticare la sicurezza economica, ovviamente. In una dichiarazione su X – prima noto come Twitter, ma chi si cura di dettagli così banali – ha nutritamente rivendicato come queste iniziative incarnino precisamente lo spirito della “Strategic Investment Initiative”, un progetto che suona decisamente più mission impossible che strategia lucida.

Ovviamente, il protagonista massimo della crisi energetica si nasconde in Ohio: una super struttura per il gas naturale da 33 miliardi di dollari, promettente di generare ben 9,2 gigawatt di potenza. Un gioiello della modernità targato SoftBank, la nota società giapponese in cerca di occasioni milionarie anche oltreoceano.

Howard Lutnick, il segretario al commercio americano, ha altisonantemente dichiarato: il “Portsmouth Powered Land Project” sarà “la più grande centrale a gas naturale di tutta la storia”. Anche se, a giudicare dai precedenti energetici, non è facile credere a certe iperboli senza stropicciarsi gli occhi.

Altro fiore all’occhiello del pacchetto giapponese è un impianto per esportare petrolio greggio in acque profonde, sulla costa del Texas. Valutato 2,1 miliardi di dollari, il progetto Texas GulfLink promette scintille: grazie a questo, gli USA potrebbero esportare fino a 30 miliardi di dollari di petrolio ogni anno. E attenzione, perché dietro questa brillante operazione troviamo sentinelle del business energetico come il gruppo Sentinel Midstream di Dallas, pronti a spremere fino all’ultimo centesimo.

Ultimo, ma decisamente non meno “glamour”, un impianto per produrre polvere di diamante sintetica in Georgia, con un investimento giapponese di circa 600 milioni di dollari. Operato da Element Six, parte del gruppo De Beers, il colosso mondiale dei diamanti, questo progetto è la quintessenza della “sicurezza economica” americana: triturare diamanti artificiali per tenere a bada la concorrenza industriale. Un tocco di glamour e durezza che promette di mettere in ginocchio chiunque osi dubitare della durezza del mercato.

Insomma, tra gas, petrolio e diamanti, il premio per il miglior investimento strategico va al Giappone, che con questa mossa ci ricorda che la vera alleanza si misura a suon di dollari e megawatt. E se qualcuno si aspettava parole di stima per i lavoratori o per la sostenibilità, beh, evidentemente ha sbagliato pianeta.

Donald Trump, sempre prodigo di sorprese, ha accolto con avida soddisfazione l’annuncio del Giappone: una promessa di investimento da quasi 36 miliardi di dollari in progetti di petrolio, gas e minerali critici in Texas, Ohio e Georgia. Pare che questo sia solo il primo capitolo di un piano ben più mastodontico, dopo l’accordo commerciale “storico” tra i due paesi, in cui Tokyo ha giurato di versare ben 550 miliardi di dollari in investimenti negli Stati Uniti, mentre Trump ha deciso di ridurre i dazi sulle importazioni giapponesi al 15%, facendoci capire che, soprattutto, non si scherza con le parole autocelebrative.

Donald Trump ha annunciato con entusiasmo sui social:

“Il nostro ENORME accordo commerciale con il Giappone è appena decollato!”

E continua, come se fosse il mantra della settimana:

“La portata di questi progetti è così grande, e non sarebbe possibile senza quella parola magica: DAZI.”

Nel frattempo, la Premier giapponese Sanae Takaichi osa addirittura parlare di rafforzamento dell’alleanza GiapponeStati Uniti e di benefici reciproci, senza dimenticare la sicurezza economica, ovviamente. In una dichiarazione su X – prima noto come Twitter, ma chi si cura di dettagli così banali – ha nutritamente rivendicato come queste iniziative incarnino precisamente lo spirito della “Strategic Investment Initiative”, un progetto che suona decisamente più mission impossible che strategia lucida.

Ovviamente, il protagonista massimo della crisi energetica si nasconde in Ohio: una super struttura per il gas naturale da 33 miliardi di dollari, promettente di generare ben 9,2 gigawatt di potenza. Un gioiello della modernità targato SoftBank, la nota società giapponese in cerca di occasioni milionarie anche oltreoceano.

Howard Lutnick, il segretario al commercio americano, ha altisonantemente dichiarato: il “Portsmouth Powered Land Project” sarà “la più grande centrale a gas naturale di tutta la storia”. Anche se, a giudicare dai precedenti energetici, non è facile credere a certe iperboli senza stropicciarsi gli occhi.

Altro fiore all’occhiello del pacchetto giapponese è un impianto per esportare petrolio greggio in acque profonde, sulla costa del Texas. Valutato 2,1 miliardi di dollari, il progetto Texas GulfLink promette scintille: grazie a questo, gli USA potrebbero esportare fino a 30 miliardi di dollari di petrolio ogni anno. E attenzione, perché dietro questa brillante operazione troviamo sentinelle del business energetico come il gruppo Sentinel Midstream di Dallas, pronti a spremere fino all’ultimo centesimo.

Ultimo, ma decisamente non meno “glamour”, un impianto per produrre polvere di diamante sintetica in Georgia, con un investimento giapponese di circa 600 milioni di dollari. Operato da Element Six, parte del gruppo De Beers, il colosso mondiale dei diamanti, questo progetto è la quintessenza della “sicurezza economica” americana: triturare diamanti artificiali per tenere a bada la concorrenza industriale. Un tocco di glamour e durezza che promette di mettere in ginocchio chiunque osi dubitare della durezza del mercato.

Insomma, tra gas, petrolio e diamanti, il premio per il miglior investimento strategico va al Giappone, che con questa mossa ci ricorda che la vera alleanza si misura a suon di dollari e megawatt. E se qualcuno si aspettava parole di stima per i lavoratori o per la sostenibilità, beh, evidentemente ha sbagliato pianeta.

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