Nel meraviglioso teatro della guerra tra Israele e i miliziani di Hezbollah, l’adorabile missione di pace di Unifil in Libano si è guadagnata il suo tragico prato di sangue. In meno di 24 ore, tre caschi blu indonesiani hanno ricevuto il loro premio di eroismo: la morte. Poco importa che sia un “peacekeeper”, la roulette russa continua e loro sono solo gli spuntini di questo sanguinoso banchetto. Nel frattempo, l’ossessivo esercito israeliano non si stanca di bombardare i sobborghi di Beirut, allungando la mano fino al sud del Libano, dove Hezbollah risponde con la stessa moneta, ovvero la violenza.
Un primo casco blu è caduto con grande “tragicità” domenica sera, falciato da un proiettile esploso a una postazione di Unifil vicino ad Adchit Al Qusayr, perla vicina al fronte sud, dove il duello tra IDF e Hezbollah si protrae con la costanza di un reality che non vorremmo vedere. Naturalmente, non si sa chi abbia sparato, e a questo punto nemmeno il dolce Unifil sa se il colpevole è l’esercito israeliano o i combattenti libanesi. Così, nel miglior stile del mistero, poche ore dopo altri due caschi blu sono stati portati via da un’esplosione che disintegra il loro veicolo vicino a Bani Hayyan. Un’inchiesta è stata aperta, come ogni volta che ci scappa il morto in situazioni di guerra assurda.
Oltre ai tre eroi caduti, un terzo peacekeeper versa in condizioni critiche, mentre un quarto ha riportato qualche “graffio”. La reazione? Naturalmente, il governo indonesiano ha ben pensato di esprimere il suo comprensibile sdegno, e pure il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, si è messo in modalità “peacekeeper” ammonendo le parti coinvolte a rispettare quel piccolo dettaglio chiamato diritto internazionale, garantendo la sicurezza del personale ONU. Insomma, le solite dolci parole da salotto che forse fanno più effetto sulle stagioni di Game of Thrones che sui campi di battaglia.
Unifil, ovviamente, si prende la briga di ricordare che gli attacchi deliberati contro i suoi caschi blu sono “gravi violazioni” e “possono costituire crimini di guerra”. Intervalli di buonismo che – puntualmente – cadono nel vuoto più assoluto, visto che le posizioni della missione non sono mai state una priorità per nessuno degli attori coinvolti. Già dall’inizio di quest’ultima “mirabolante” offensiva israeliana, che ha semplicemente messo fine a un cessate il fuoco già traballante, le basi della missione sono state puntualmente colpite: il 7 marzo, tre soldati ghanesi sono stati feriti da colpi d’arma da fuoco; due settimane fa, un razzo di Hezbollah ha gettato detriti su una base italiana a Shama, con i nostri eroi tranquilli, ma presenti.
Con questo curriculum di morte e violenza, i tre caduti di questi giorni non sorprendono nessuno, se non per la tristezza di un conto che sembra non finire mai in quella terra martoriata. Nonostante le suppliche (le more solite, s’intende) dell’Unione Europea e degli alleati occidentali, l’offensiva israeliana nel sud del Libano prosegue senza sosta. Come per aggiungere spezie al già bollente pentolone, un soldato libanese è stato ucciso, altri due feriti in un raid a sud di Tiro, mentre da parte israeliana un giovane militare di 19 anni è caduto in uno scontro con Hezbollah, portando a sei il conteggio degli IDF uccisi da marzo. Numeri che piacciono certamente ai rumorosi governi dell’area, mica a chi vive nel mezzo.
Se pensate che le “buone notizie” finiscano qui, beh, vi sbagliate. A nord, i bombardamenti continuano ad abbattersi sui sobborghi meridionali di Beirut, antica roccaforte di Hezbollah. Un edificio residenziale è stato preso di mira in due attacchi distinti, con bilanci che includono la morte di tre membri di Hezbollah e tre feriti, mentre le statistiche ufficiali le fanno appena sotto le 1.300 vittime dal 2 marzo. Roba da far impallidire le peggiori tragedie eppure, stranamente, a Israele non sembra interessare molto. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha perfino ordinato un’espansione della ‘zona di sicurezza’ nel sud del Libano, con la ferma convinzione che questa farà miracoli nel proteggere l’“Alta Galilea” dagli attacchi di Hezbollah. Magari funziona come le mura di carta.
Certo, gli appelli occidentali che chiedono una de-escalation hanno già il sapore di una presa in giro. E non è finita: sempre in uno slancio di magnanimità da tribunale dell’inquisizione contemporanea, la Knesset sta considerando una legge per estendere la pena di morte ai palestinesi accusati di terrorismo. Critiche fioccano da Berlino, Londra, Parigi e Roma, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha chiesto a Israele di fermare la proposta, ricordando quell’antico dettaglio chiamato “moratoria sulla pena di morte”. Perché nulla dice “pace” come una nuova ondata di pena capitale.



