Sembra proprio che Civitavecchia abbia deciso di cimentarsi nella trasformazione in un avamposto nazionale della tanto celebrata transizione energetica e industriale. La chiusura della centrale di Torrevaldaliga Nord, anziché essere vista come una catastrofe annunciata, si trasforma in un’occasione d’oro: nuovi investimenti, filiere fiorenti e posti di lavoro a volontà. Sogno o realtà? Dall’evento “Civitavecchia, modello di transizione energetica nazionale. Logistica, Economia Circolare, Economia del Mare e Nuove Energie”, organizzato da Unindustria con il supporto della Camera di Commercio di Roma, tutto lascia intendere che la magia sia pronta a scattare proprio nella sala convegni dell’Autorità Portuale.
Il summit ha radunato il gotha delle istituzioni, le aziende di ogni tipo, i ricercatori scientisti e gli investitori col portafoglio aperto, per tirare le somme su come trasformare un’area industriale in declino in un brillante polo di reindustrializzazione. Il moderatore? Nientemeno che il Delegato all’Energia di Piccola Industria Confindustria, Cristian Dionisi, che ha dato la parola al sindaco, al presidente dell’Autorità Portuale, a illustri docenti della Luiss Business School, parlamentari, commissari governativi e figure di spicco come il Presidente di Unindustria e il delegato energia di Confindustria. Una passerella di nomi che non può che dare garanzie di successo clamoroso.
Le conclusioni? Affidate al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, perché quando si parla di ambiente e sicurezza, chi meglio di un ministro può chiudere la festa con una dichiarazione che farà storia?
Quattro pilastri e una marea di buone intenzioni
Il dialogo ha smussato la strategia su quattro direttrici che suonano meravigliosamente bene: economia del mare, economia circolare, logistica e, dulcis in fundo, nuove energie. Il porto diventa il perno attorno a cui girano sogni di investimenti e attività industriali, completati da fior di piani per valorizzare le aree retroportuali e industriali abbandonate a se stesse da anni. Un futuro radioso, insomma, grazie a bonus normativi come la Zona Logistica Semplificata e la carta degli aiuti di Stato, stampelle indispensabili per reggere il peso di una riconversione che pare una partita a scacchi tra burocrazia e politiche industriali.
Ma non si tratta solo di chiacchiere, eh! C’è pure una sfilza di progetti iperbolici come Hydrogen Valley, Comunità Energetica, sportelli dedicati alle imprese, programmi di filiera, corsi ITS, e persino un fantasmagorico collegamento Orte-Civitavecchia. Un menù variegato che dovrebbe spazzare via ogni velata resistenza verso il progresso.
Gli investitori sono interessati (ma con i piedi per terra)
A chiudere il quadro c’è la realtà concreta degli investitori, che nonostante l’entusiasmo non si sono fatti abbindolare dall’ennesima leggenda metropolitana. Piuttosto, hanno chiesto carta, penna e soprattutto fatti: chiarezza definitiva sul futuro della centrale di Torrevaldaliga Nord, via libera su quei 36 ettari di terreni industriali imprigionati da vincoli ambientali, e una conversione rapida delle aree retroportuali da monumenti all’abbandono a piattaforme logistiche e produttive degne di questo nome.
Tempi? Ecco, quello è il vero tasto dolente. La verità nascosta è che le opportunità non mancano, i progetti ci sono, ma senza una governance stabile, procedure snelle e disponibilità immediata delle aree, si rischia di assistere a un balletto indecente dove investimenti milionari scappano verso lidi più ospitali. Un copione già visto, in cui promesse e visionarie dichiarazioni si dissolvono di fronte all’inefficienza cronica della macchina burocratica.
“Questo appuntamento – ha dichiarato con una punta d’ottimismo il rappresentante istituzionale – conferma che la transizione energetica di Civitavecchia è materia di interesse nazionale. Parliamo di sicurezza energetica, decarbonizzazione, competitività industriale, occupazione e capacità di attrarre investimenti strategici.”
Con un sorriso che tradisce un po’ di scetticismo, ha poi aggiunto:
“È proprio per questo che Civitavecchia può aspirare a diventare un modello pilota, dove sostenibilità ambientale e politica industriale dovrebbero camminare mano nella mano. Il territorio non parte da zero: c’è una visione condivisa, strumenti istituzionali, progettualità concrete, competenze industriali e investitori interessati. Ora serve solo il miracolo di trasformare opportunità in realtà.”
Insomma, l’ennesima occasione per dare un calcio all’immobilismo e dimostrare che anche la burocrazia può rimboccarsi le maniche. Resta da vedere se questa favola avrà un lieto fine o finirà per alimentare altri convegni senza sostanza né risultati, nell’eterna danza della transizione mai completata.
Oh, che sorpresa! Finalmente qualcuno si accorge di quanto sia fondamentale trasformare Civitavecchia in un faro nazionale della transizione energetica e della reindustrializzazione sostenibile. Peccato che ci si sia svegliati solo ora, dopo anni di chiacchiere e nessun risultato tangibile.
Il presidente di Unindustria, Giuseppe Biazzo, con la solita modestia da palcoscenico, si affanna a rassicurare che l’associazione continuerà a fare da collegamento tra imprese, istituzioni e sistema produttivo, come se questo miracoloso ruolo di “collante” non fosse una scusa ormai consumata per giustificare l’assenza di fatti concreti.
D’altra parte, non si può certo dire che Civitavecchia non abbia tutte le carte in regola per trasformarsi in quella “piattaforma strategica” della transizione industriale che tutti cantano, ma pochi concretizzano.
Un piano perfetto… sulla carta
Il presidente locale di Unindustria Civitavecchia, Fabio Pagliari, con la tipica grinta di chi vuole farsi notare, ci illustra il piano: economia del mare, economia circolare, logistica, nuove energie. Un menù da master chef industriale, ovviamente condito con slogan quali “visioni condivise” e “tutela di occupazione e competenze”.
In pratica, il miracolo sta nel fatto che “gli strumenti ci sono”, “i progetti ci sono” e – udite udite – “gli investitori hanno manifestato interesse concreto”. Peccato che finora quell’interesse sia stato a parole, come il famoso “pronto a investire” dei cantastorie economici da strapazzo.
E la ciliegina sulla torta? “Serve un salto operativo”, ci dicono. Tempi certi, aree disponibili, procedure chiare e governance capace. Una promessa squisita come un dessert prendisoldi, peccato però che questi “tempi certi” e queste “procedure chiare” siano sempre quelle nebulose entità da favola che nessuno ha mai visto davvero funzionare.
Unindustria, quindi, per l’ennesima volta si propone come la grande regista di questo processo, facendo da “raccordo” tra imprese, istituzioni e cittadini. Come se fossimo in un mondo ideale dove tutti remano nella stessa direzione e non ci fossero politici, burocrazie e interessi di parte a rallentare tutto.
Peccato che, nella realtà, la parola “transizione” finisca spesso per significare solo un modo elegante per dire “più chiacchiere e meno fatti”. Ma niente paura, l’ennesima fotogallery in aggiornamento è lì a testimoniare che almeno l’apparenza è salva.



