Patrick Pouyanne, il CEO di TotalEnergies SE, si è presentato alla Conferenza di Parigi, organizzata dall’International Economic Forum of the Americas, con un messaggio tanto rinfrescante quanto scontato: tornare in Venezuela? Troppo costoso e troppo inquinante. Un vero colpo di genio, considerando che Donald Trump ha gentilmente invitato le big oil statunitensi a investire miliardi in quella che una volta era la terra promessa del petrolio.
Ma niente, TotalEnergies se n’è andata già nel 2022, un addio carico di zelo e chiarezza come quando si lascia una festa noiosa. Pouyanne infatti ha spiegato ai cronisti, senza un minimo di entusiasmo, che la compagnia ha abbandonato il paese perché la strategia non faceva più al caso loro: tra costi da capogiro e impatto ambientale da incubo, l’ingresso nel mercato venezuelano rimane un vero e proprio incubo industriale.
Ovviamente, non appena gli è stato chiesto un commento, un portavoce di TotalEnergies ha fatto il classico gioco del silenzio, un’opzione sempre apprezzata quando si preferisce non aggiungere benzina sul fuoco.
Dal canto suo, l’amministrazione trumpiana ha reclamato a gran voce un investimento di 100 miliardi di dollari delle multinazionali energetiche americane per rilanciare il disastrato settore petrolifero venezuelano. Sicuramente una mossa brillante, visto che Trump ha assicurato un sostegno governativo con assistenza alla sicurezza per chiunque decida di buttarsi nella mischia, ricordando che in passato le aziende avevano problemi «perché non avevano Trump come presidente».
Un colpo di scena degno di una sitcom politica, considerando che il Venezuela vanta le più grandi riserve petrolifere al mondo, eppure molti colossi del petrolio statunitense, persino l’immortale Exxon Mobil, sono tutt’altro che entusiasti di rimetterci piedi. Infatti, Darren Woods, CEO di Exxon, durante un incontro alla Casa Bianca ha definito il mercato venezuelano «non investibile» così com’è, scatenando l’ira funesta di Trump, che ha accusato Woods di essere «troppo furbo» e minacciato di mettere Exxon da parte. Un tipico esempio di leadership vincente, senza dubbio.
“Vincoli infrastrutturali” e “regime change”: Il classico duo da commedia petrolifera
TotalEnergies ha cominciato a operare in Venezuela negli anni ’90, ma ha poi deciso di mollare tutto tra cambi strategici, bisogno di evitare petrolio pesante e ad alto zolfo e ovviamente per questioni di sicurezza. Pouyanne ha sempre chiarito che il Venezuela non è proprio in cima alla lista dei desideri della compagnia.
Ma cosa dicono gli esperti? Amar Singh, analista globale del mercato del greggio da Barclays, è stato illuminante nel definire il sistema venezuelano un teatro di «vincoli infrastrutturali, e molti», intervistato dal programma Squawk Box Europe. In pratica, anche se qualcuno volesse investirci, la prima domanda seria è: che fine ha fatto il regime? Quanto tempo ci vorrà prima di passare a una democrazia funzionante? Domande da milioni di dollari, appunto.
Singh non si fa illusioni e, anche nel migliore degli scenari – quello in cui tutto filerebbe liscio come l’olio – prevede una crescita della produzione venezuelana di non più di 200.000-300.000 barili al giorno entro la fine dell’anno. Roba da lasciare sbalorditi, davvero.
Proprio mercoledì, TotalEnergies ha annunciato una piccola diminuzione degli utili nel quarto trimestre e ha ridotto il riacquisto di azioni, tutto sommato comprensibile in un contesto di prezzi del greggio piuttosto ballerini. Nonostante ciò, il titolo della società ha guadagnato quasi il 2% nelle contrattazioni mattutine, segnando un nuovo massimo annuale. Perché la bolla dell’ottimismo nel settore energetico non muore mai, evidentemente.



