«Preso dal panico la vedevo tremare e ho pensato di aver fatto troppo. Respirava a fatica, un quadro rassicurante insomma. Poi, in preda al panico – e non dimentichiamo la parte fondamentale della paura di essere beccato –, l’ho semplicemente afferrata e spinta dentro il fiume». Ecco a voi Alex Manna, il brillante protagonista della tragedia di Nizza Monferrato, accusato di aver ucciso la povera Zoe Trinchero, ragazza di soli 17 anni trovata senza vita in un canale nel centro storico della città astigiana. In un’autoconfessione degna di un thriller amatoriale, racconta i “magici” attimi finali di una storia che di romantico non ha nulla. «Quando l’ho vista tremare ho pensato stesse male, ero agitato e non sapevo davvero come muovermi, tremavo anch’io. E, naturalmente, anche io mi sono chiesto perché diavolo non l’ho soccorsa chiamando aiuto».
L’autopsia, il polverone e tutti quei dettagli tanto confusi quanto inquietanti
Mentre aspettiamo il responso dell’autopsia che promette di fare (forse) chiarezza in questa trama da B-movie di provincia, ci si interroga: Zoe si sarebbe potuta salvare davvero se Alex avesse avuto la brillante idea di chiamare i soccorsi in tempo? Il decesso è da attribuire ai pugni, ai colpi alla gola o ai traumi subiti nel disperato tentativo di scaricarla in quel canale? Il nostro ragazzo, difeso dall’avvocato Patrizia Gambino, dà un’impressione più ‘fumosa’ di un thriller alla David Lynch. Prima ammette un solo pugno, poi una scarica da combattente di boxe dilettantistica: «Tre o quattro», precisa con orgoglio, «ho fatto boxe…». Il copione cambia anche quando parla di come ha gettato il corpo: talvolta sostiene di averlo solo lasciato cadere, altrove dice di averla afferrata dalla schiena, come se fosse una scena di wrestling.
E non finisce qui: perché se pensavate che una sola versione confusa fosse sufficiente, vi sbagliate di grosso. Oltre a tentare l’epico depistaggio puntando il dito contro un certo Naudy, un trentanovenne con origini africane e vita tutta “made in Nizza Monferrato”, Alex è riuscito a inventare dettagli surreali degni di un esordiente sceneggiatore di soap opera. «Prima della festa in un garage di amici, ho bevuto solo una birra, forse qualcuno ci ha messo droga dentro». Una frase da manuale dell’innocente improvvisato, che ha subito attirato l’attenzione degli investigatori del comando provinciale di Asti.
Le telecamere nella zona del canale – quel piccolo scorcio di città dove si affacciano case apparentemente tranquille – hanno catturato un film decisamente più eloquente del racconto del ragazzo. Le immagini mostrano Zoe e Alex allontanarsi dalla festa per dirigersi verso un cortile che sfiora il canale, teatro della tragedia. Il motivo? Una chiacchierata su una relazione del passato, un amore adolescenziale poco gradito o forse mai esistito, come suggeriscono gli amici di Zoe. «La discussione era tranquilla, poi all’improvviso l’ho colpita con un pugno. Non so perché» confessa misteriosamente Alex.
Le telecamere e l’ironia dei fatti: dettagli che illuminano l’incomprensibile
Sapevate che la tecnologia oggi fa miracoli? Le telecamere hanno infatti ripreso anche il seguito della scena: amici giunti sulle tracce di Zoe, rapidamente scomparsa, rincorrendo soprattutto un silenzio pieno di troppe domande. Nel frattempo, il nostro beniamino Alex dov’era? Mistero (per ora). Ma nella vicenda spicca un dettaglio che fa sobbalzare dalla sedia: tra panico, ammucchiate di bugie e tentativi goffi di giustificazioni, emerge un vero e proprio percorso a ostacoli che sfida ogni logica tanto quanto la comprensione della vita, dell’amore e delle conseguenze di un gesto folle.
Insomma, se questa storia ha un minimo di morale, sta tutta nella brillantezza di chi dovrebbe proteggere, amare o almeno non uccidere con tanta nonchalance. Una riflessione amara sul declino delle relazioni umane, sul valore di una vita e sulla profondità di certe ‘passioni adolescenziali’. Ma si sa, quando la realtà supera la fantasia, non resta che la durissima e sarcastica verità.
Ah, la tragedia in salsa patetica: ecco Alex, autore immaginario di un’aggressione degna di un romanzo di serie B, nega l’evidenza con una fantasia degna di un premio Oscar. «È stato quel pazzo di un ragazzo nero. Io sono fuggito, non sono riuscito a proteggere Zoe. Le ho detto di scappare, per non essere rapinata» – una novella da premio Nobel all’alibi strappalacrime. Nel frattempo, le telecamere non solo lo incastrano ma lo seguono come un documentario sul più imbranato criminale dell’anno: eccolo mentre si dirige a casa della sua convivente, un eroico vigile del fuoco in servizio ad Acqui Terme. Peccato che la sua “fiamma” sia assente per lavoro. Perfetto per nascondere il giubbotto intriso di sangue in soffitta, come se fosse un souvenir di guerra. Poi, ritorno in scena: le sirene si avvicinano. Ai carabinieri sfodera un racconto da premio menzogna, conscio che Zoe non ce l’ha fatta.
Non che nel mondo tutto ciò abbia un minimo di senso, ma almeno le bugie di Alex hanno il pregio di sgretolarsi in una notte. Trasformando quella lunga veglia in caserma a Nizza in uno spettacolo tragicomico senza fine. Il movente? Ah, il movente! Una confidenza di un’amica di Zoe, che con aria di chi vuol fare la Sherlock Holmes del terzo millennio, rivela che Alex ci stava provando con la ragazza. Un paio d’incontri, quelle attenzioni mal digerite, un rifiuto ammantato di “forse” e “non era interessata” – perché ogni tragedia ha bisogno di una buona dose di ipotesi inutili. E Alex, povero cuore fragile, non ha gradito lo stop. Ma allora, per carità, non possiamo crederci che la povera Zoe possa essere finita così, no no, deve esserci un’altra versione, magari scritta da qualche talentuoso sceneggiatore di soap opera.
I destini incrociati di Montegrosso e Nizza
Nelle dolci colline tra Montegrosso d’Asti e Nizza succede di tutto, meno la banalità. Una manciata di chilometri – abbastanza per tessere intricate reti di amicizie e tragedie. La famiglia di Matilde Baldi, vittima di un’incidente stradale provocato da una gara clandestina tra Porsche che più sconsiderata non si può, è amica intima della famiglia di Zoe. Le due ragazze si conoscevano, perché le disgrazie, si sa, adorano la compagnia. E anche Alex non è proprio un estraneo: cresciuto tra vigne e colline, raggomitolato in una casetta panoramica a Montegrosso, sembra uscito dal racconto di un thriller domestico. La madre, Maria Luisa, apre la porta a sprazzi e offre un copione già sentito: “Sono sconvolta per mio figlio. Il mio cuore è distrutto”. Riassumendo, ha avuto il tempo di lavarci il cervello ma non di trovare una spiegazione plausibile. “Mi ha fatto male vederlo in caserma. Non riesco a smettere di piangere” – ovviamente, per il figlio, non per la vittima.
Il quadro generale è quello di una cronaca nera che sembra uscita da un film mal scritto: aggressioni mai avvenute, fughe drammatiche, bugie che crollano come castelli di carta, e incontri misteriosi interpretati da protagonisti in cerca d’autore. Il tutto condito da una dose massiccia di incoerenze e dal solito contorno di tragedie familiari pronte a fornire il sottofondo emotivo necessario. Il paradosso? In questo teatro dell’assurdo, nessuno sembra davvero voler trovare la verità, ma piuttosto preferisce annegare nel mare delle ipotesi, delle verità alternative e del melodramma. Perché, si sa, la realtà è così noiosa e poco scenografica.



