Un suggestivo spettacolo di civiltà si è svolto a Torino, con la sacrosanta usanza di dare fuoco alla bandiera di Israele. Protagonisti dell’evento? Un corteo pro-Palestina che, nonostante la pioggia che avrebbe potuto fermare chiunque tranne i più coraggiosi o incoscienti, ha radunato circa 700 «combattivi» da Porta Susa fino a Piazza Castello.
Un cast d’eccezione composto da collettivi studenteschi, comitati provenienti da ogni angolo del Piemonte e, ovviamente, le immancabili sezioni del sempre presente partito comunista, insieme ai soliti gruppi di attivisti con nomi altisonanti come «Extinction Rebellion» e «Non una di meno». Insomma, un vero e proprio melting pot di impegno sociale e libertà di espressione da manuale.
Che potremmo definire un’epopea moderna: un corteo che brucia simboli e accende controversie, mentre la pioggia bagna tutto, forse per pulire la vergogna di certi gesti, o magari solo per rinfrescare gli animi incandescenti dei partecipanti.
Un mix di ideologie e attivismi da manuale
In questa parata di contraddizioni troviamo studenti che difendono diritti con bandiere bruciate e comitati che si professano pacifisti mentre agitano simboli bellici. Le sezioni del partito comunista, poi, non potevano mancare, perché quale modo migliore di confermare la loro presenza se non partecipando ad un corteo che fa parlare di sé, anche a prezzo di un’inflazione retorica degna degli anni Settanta? Lecito perciò chiedersi se si tratti di una manifestazione per la pace o, piuttosto, di uno spettacolo di ipocrisia politica condito da slogan che perseverano nella confusione più totale.
Come se non bastasse, tra gli ospiti fissi ci sono comparse di attivisti ambientalisti e femministi, che si spostano con la stessa fluidità con cui cambiano squadra a seconda della causa del momento. Un concentrato di sinergie spontanee o un esperimento di coesistenza forzata di ideologie che, purtroppo, trovano un’unica forma d’espressione: la contestazione incomprensibile e spettacolare.
Pioggia battente e bandiere in fiamme: un tocco di teatralità involontaria
La pioggia non ha fermato la manifestazione, ma forse ha aggiunto quel tocco di tragicommedia tutta torinese che trasforma ogni evento serio in un film d’essai con colonna sonora di goccioloni metereologici. Fuoco e acqua, quasi simboli opposti che si sono rincorsi lungo le strade della città, mentre la bandiera di Israele bruciava – probabilmente per ricordare a tutti che nei conflitti internazionali la coerenza è sempre il primo sacrificio sull’altare della polemica.
D’altronde, bruciare la bandiera avversaria è sempre stato il classico gesto da inalberare quando la voce è poca ma il megafono è grande, un’immagine che sostiene discorsi perennemente in salita e costruisce ponti di incomunicabilità. Questo senza menzionare che la pioggia, oltre a lavare il bitume, ha probabilmente spento qualche speranza di trovare soluzioni tangibili dietro agli slogan.



