«Finché ho vissuto a Napoli, mio padre è stato un’ossessione difficile da scrollarsi di dosso. Erano gli anni in cui lui scintillava nel suo boom, e io ero solo un bambino confuso: per me Nino era semplicemente papà, sapevo che cantava e che era famoso, ma il resto era un mistero troppo grande per capirlo. Crescendo, sono diventato un timidone cronico, introverso, quasi schiacciato dal peso di avere un genitore così ingombrante. Avevo la convinzione che gli amici miei lo fossero solo perché ero il figlio di Nino D’Angelo. »
Nato a Napoli nel 1979, Toni D’Angelo non è solo figlio d’arte: è un regista che ha deciso di esplorare con spietata sincerità la propria ferita interiore, scavando fino a trovare un senso nel dolore e nel rapporto complicato con il papà. Il suo film Nino 18 giorni, ora in corsa per i David di Donatello dopo un premio speciale ai Nastri d’Argento, racconta proprio quei difficili legami, a partire dagli appena diciotto giorni in cui Nino, bloccato a Palermo dal successo travolgente, non poté stare con il figlio appena nato.
Come è riuscito a liberarsi da quell’ombra invadente, da quel peso che lo ha accompagnato fin da bambino?
«È successo trasferendoci a Roma, un momento magico in cui ho sentito qualcosa che si sbloccava dentro di me. Ricordo tutto con una chiarezza sorprendente, come se fosse ieri. Per la prima volta ho apprezzato la libertà di poter fingere di essere solo Toni. Non dicevo a nessuno chi fosse mio padre e, finché non lo scoprivano da soli, stavo benissimo. Mi sentivo leggero, libero, finalmente un individuo sconosciuto in una città troppo grande e indifferente. Per un attimo sembrava che l’identità di mio padre non avesse nulla a che fare con me.
Per lui, però, Roma fu l’inizio della sua solitudine: era troppo fredda e piena di strade sconosciute…»
Ha mai pensato che suo padre fosse consapevole di quel disagio e che provasse qualche senso di colpa per averlo involontariamente creato?
«Spero di no, ma in cuor mio sono abbastanza certo del contrario. Durante la lavorazione del film abbiamo parlato tantissimo; inevitabile, dato che le riprese sono diventate quasi una scusa per dirci cose lasciate in sospeso. Una volta mio padre mi ha detto: »
“Se avessi saputo tutta la sofferenza che ti ho provocato, sarei rimasto a vendere gelati alla stazione per tutta la vita.”
Mi ha colpito molto. Un genitore può certamente sentirsi in colpa, ma io non ho mai additato mio padre. Lui sa bene che non ha mai fatto nulla di intenzionale. La mia ribellione non era contro di lui, ma contro quella folla di persone che vedevano solo il “figlio di”, ignorando che dentro di me c’erano storie da raccontare a modo mio.»
Ribellione in musica
Non si è limitato alle parole, vero? Anche la musica ha fatto da catalizzatore per la vostra separazione.
«Esatto! Dovevo a tutti costi essere diverso da mio padre, da quel suo universo di canzonette dolci e collanine di successo. La mia passione è sempre stata per le chitarre elettriche urlanti e la musica tosta, roba che ti scuote l’anima. L’heavy metal e il rock progressivo mi hanno accolto come rifugio e rivincita. Ascoltavo Metallica, Sepultura, Nirvana: sonorità oscure, dure, completamente lontane anni luce dalle melodie zuccherose di papà. Quegli anni li ricordo come un assalto, una lotta per affermare la mia identità lontano da quel mondo paterno.»
Passione cinematografica e incontri illuminanti
Ma il suo cuore non batteva solo per le chitarre: ha deciso presto di tuffarsi nel cinema. Iscritto al Dams di Bologna e poi all’Università Roma Tre, ha dedicato la sua tesi a Abel Ferrara, notando qualcosa di più profondo del famoso regista americano.
«Ci siamo incontrati all’università. Lo ammiravo tanto, lui era ospite alla Sapienza per un incontro con gli studenti. Io? Un fan insopportabile: l’ho tempestato di domande al punto che lui mi ha detto di non poterne più. Però, inaspettatamente, mi ha lasciato il suo numero e, indovinate un po’? Mi ha poi chiamato lui!»
Apparentemente Nino D’Angelo e Abel Ferrara potrebbero sembrare due mondi agli antipodi, giusto?
«In realtà, non è affatto così. Entrambi incarnano con forza i valori della famiglia e della religione. In Ferrara vedo molto del mondo di mio padre. Sono due meridionali con un legame profondissimo con le loro radici. Per ben tre anni Abel mi ha raccontato di un nonno di Sarno, panettiere, di come sentisse il bisogno di ritrovare quelle origini vere.»
Che cosa ha imparato durante quei 18 giorni di riprese con Nino? «Sono cresciuto un sacco, una sorpresa che manco mi aspettavo. Ho scoperto che avevo un enorme bisogno di dire certe cose che fino a quel momento avevo tenuto ben nascosto. Per tutta la vita sono stato il tipo chiuso, quello zitto e mosca, e fare questo film mi ha insegnato a trovare il coraggio per mettere in piazza quello che sentivo. La ciliegina sulla torta? Realizzare un film con mio padre, un’occasione d’oro per sputare sentimenti che altrimenti non avrei mai avuto il coraggio di dirgli in faccia.»
Quali saggi consigli le ha dispensato suo padre? «Il suo mantra era: “Stai attento, perché la gente ti farà soffrire”. Ovviamente parlava da protettivo, con quella paura atavica che potessi rimanere deluso da questo mestiere da regista che, ahimè, ti espone direttamente al giudizio della gente. Lui voleva solo preservarmi, come un papà orso con il suo cucciolo.»
Il feroce e tenero racconto di Nino
Nel film si affronta anche il periodo oscuro in cui suo padre è caduto nella depressione più profonda. E lei? Ha mai provato a fare il suo ingresso in quell’oscuro club dell’umore nero? «A me è capitato, seppur in versione light, con gli attacchi di panico. Precisamente durante gli esami di maturità, il momento perfetto per farsi venire le vertigini esistenziali, no? Non capivo nulla di quel casino che mi succedeva, ero completamente spaventato, in preda a un caos mentale totale — roba da far impallidire qualsiasi thriller psicologico. Per fortuna mio padre era lì, con quella sua capacità magica, persino con le parole di una sua vecchia canzone, ha fatto capire a me e a me solo che eravamo fatti dello stesso stampo. Il film, oltre a tutto, gli è servito anche per sapere che è stato proprio lui la mia ancora nei momenti più neri.»
Si è mai interrogato sul perché del fenomeno Nino D’Angelo? «Certo che sì. Mio padre è molto più di un cantante, è la voce che riscatta un’intera classe sociale. Nel lontano ’86 a Sanremo sembrava quasi un Masaniello moderno, senza averlo nemmeno capito del tutto. La politica gliela ha stampata in faccia senza che si accorgesse, caricandosi sulle spalle il dovere di fare giustizia sociale con una musica che, inizialmente ruvida e autentica, è rimasta fedele a quell’impegno anche cambiando stile. Per questo è amato, odiato e venerato da tutti.»
Quel rapporto intricato con Napoli e la famiglia
Che succede quando si parla di Napoli? «Sono le radici, l’inizio di tutto, quel posto da cui è impossibile fuggire, anche se lo volessi. Ci torno spessissimo perché è una specie di magnete per me. I miei amici più stretti sono tutti napoletani, tra questi ricordo con un pizzico di nostalgia il produttore scomparso Gaetano Di Vaio, che per me è stato molto più di un collaboratore, quasi un fratello maggiore. Lui non solo ha creduto ciecamente nel progetto del film su mio padre, ma ha anche tirato fuori il portafogli per produrlo. Ovviamente, non è un dettaglio da poco.»
Se potesse catturare un momento della vostra relazione da mettere in una teca del tempo, quale sarebbe? «Senza dubbio la realizzazione di questo film. Quando mio padre l’ha visto per la prima volta, è rimasto a bocca aperta, un misto di shock e felicità. Io temevo un giudizio severo, invece gli è piaciuto immediatamente, cosa che ha messo a tacere tutte le mie paranoie.»
E come si comporta come nonno? «Un vero trascinatore. È uno che non stacca mai i bambini di dosso e loro lo adorano all’inverosimile. Spesso gli affido i miei figli più piccoli e posso assicurare che con loro si trasforma in uno che gioca fino allo sfinimento. Quella che ha fatto con noi era un’eccezione dovuta agli anni folli in cui non aveva davvero tempo.»



