Teresa Saponangelo e le donne che finalmente rompono il silenzio da secoli

Teresa Saponangelo e le donne che finalmente rompono il silenzio da secoli

«L’8 marzo potrebbe ancora significare un mondo, non solo per gridare contro la violenza, i femminicidi e i soprusi più evidenti. Forse sarebbe ora di parlare anche di quella “gentile” prepotenza e di un’omertà sotterranea che regna incrollabile nei posti di lavoro. Oltre agli episodi plateali, sotto la superficie si nascondono un’infinità di ingiustizie da denunciare. Il mondo del lavoro resta un paradiso maschilista, imbottito di arroganza.» La verità candidamente svelata da Teresa Saponangelo, che incarna la donna che si è fatta da sé, un passo alla volta, collezionando lezioni sulla propria pelle. Il palcoscenico, lo set e la tv non sono solo sfavillanti vetrine: sono anche microcosmi utili per capire che cosa significhi “femminile” nel 2024.

«Oggi le opportunità per le donne sono decisamente aumentate», afferma con un sorriso che è più una sfida. «Dopo anni di representazioni superficiali, è cambiato davvero il modo di raccontarle?»

«Sì, perché fino a poco tempo fa trionfava il cliché della bambola di ceramica, fragile e innocua. Ora, finalmente, registe di talento hanno introdotto un racconto del femminile molto più complesso e maturo. Pensate a opere come L’arte della gioia, Vermiglio, Gloria! Dimenticate le donne da romanzo dell’Ottocento o le fiction di un’altra epoca targate Rai 1: per decenni ci siamo dovuti sorbire rappresentazioni stantie, dove le donne erano o remissive solo di facciata, o semplici seduttrici, bamboline gonfiate all’inverosimile. E guarda caso, il merito delle piattaforme è stato di scuotere questa polvere stagnante, costringendo la tv tradizionale a inseguire un mutamento globale. Insomma, le storie sono diventate finalmente diverse.»

Il lavoro e quel fastidioso stereotipo maschilista

Ma se pensavate che il cambiamento fosse solo estetico, sbagliavate di grosso. Teresa Saponangelo sfida la realtà del palcoscenico lavorativo, ancora intrappolato nella cappa di un patriarcato immutabile: «Pensateci bene: in tutta Italia, non c’è nemmeno una direttrice di teatro. Niente. Una cosa ridicola, che va detta a gran voce, anche a costo di inimicarsi il proprio datore di lavoro». Insomma, chi dice che le quote rosa siano un retaggio del passato, probabilmente vive su un altro pianeta, forse Marte.

«Le quote rosa sono indispensabili, soprattutto nello spettacolo, un ambiente dove gli uomini regnano sovrani come in un vecchio consiglio di amministrazione. Eppure, donne di talento ce ne sono eccome, capaci di assumere le redini con competenza e autorità. L’unico problema è questa ostinata miopia che le cancella!»

Una pioniera dimenticata e una fotografia che parla senza parole

Nel documentario dedicato a Elvira Notari, la prima regista donna italiana, oggi in corsa per il David di Donatello, Teresa ha scoperto un’altra dimensione della sua missione artistica: «Non conoscevo molto la Notari. Era una donna illuminata, regista, produttrice, colorista. Negli anni ’20 affrontava temi quali la violenza familiare in modo diretto, senza filtri. Interpretarla è stato un onore.»

«Un dettaglio che mi ha colpito moltissimo è stato essere fotografata da una talentuosa fotografa come Cristina Vatielli, rivestendo le vesti della Notari. Un’esperienza straniante, perché senza parole né recitazione, solo un’immagine che racconta un mondo intero. Più eloquente di mille discorsi.»

Il riscatto di una donna dietro le sbarre, raccontato da Rocco Papaleo

Nel nuovo film di Rocco Papaleo, Il bene comune, nei cinema dal 12, il personaggio principale è un’infermiera finita in carcere, piena di rancori e cicatrici interiori, che insieme ad altre donne tenta un percorso di riabilitazione. Un’altra storia al femminile, ovviamente carica di buoni sentimenti e speranze.

«È una donna di cui si sa poco, un personaggio segnato dal passato. Tutti i protagonisti del film infatti hanno commesso errori, hanno subito torti e cercano disperatamente di rimettersi in piedi, di rifidarsi a se stessi e al mondo. Ad esempio, durante un viaggio nel massiccio del Pollino, l’infermiera riesce finalmente a mostrare il suo valore professionale.»

«La cosa che mi ha entusiasmato è tutta la narrazione legata al concetto di seconda chance. Quando a una persona viene offerta questa opportunità, quasi sempre la percepisce come un dono raro, prezioso, da non sprecare. Un messaggio che potrebbe suonare un po’ retorico, ma sicuramente è potentissimo.»

Come si lavora con Papaleo? «Ha uno stile creativo quasi anarchico, senza rigidi schemi. Dice lui stesso che il set è una specie di jam session, dove tutti partono da un tema ma possono inserire la propria improvvisazione. È un cinema libero, poetico, di sperimentazione, con la musica che invade lo spazio come un attore protagonista.»

Nel frattempo, Teresa Saponangelo gira l’Italia con Sabato, domenica e lunedì, il capolavoro di Eduardo De Filippo, diretto da Luca De Fusco. Una tournée che sottolinea, ancora una volta, come la presenza femminile nel teatro non sia né marginale né trascurabile, anche se per arrivare a questo punto c’è voluto un viaggio tormentato pieno di resistenze e pregiudizi.

Lei si chiama Rosa, la protagonista, ovviamente. E che tipo potrebbe mai essere? Per essere chiari, è quella donna che tenta maldestramente di emanciparsi, tipo un esperimento sociale a metà strada. Se nella zia Memè c’è il seme della rivoluzione, quella possibilità di scegliere per se stessa, Rosa resta invece una signora a metà, che vuole attenzioni e rispetto per il ruolo che si porta appresso, ma senza avere ancora gli strumenti minimamente efficaci per sfuggire alle sue catene domestiche.

Che donna è, in questo marasma, Teresa Saponangelo? Ovviamente così concentrata sull’amore da scoprirci pure una missione personale. La sua rivendicazione totale del sentimento sembra quasi una bandiera, e lei ne va pure fiera, anche se, diciamolo, è un po’ discutibile. Per quanto riguarda le storie d’amore? Cambiate spesso, come le mutande, ma senza il minimo pudore o paura. Perché, naturalmente, esprimere quel che si è oggi, e domani chissà, è sempre la cosa più legittima da fare. Le conseguenze? Beh, quelle si affrontano quando capita, possibilmente con un sorriso.

E il teatro? Per lei, oh, il tempio sacro dove si prendono pause infinite per riflettere. Replica dopo replica, il personaggio sfoggia nuovi trucchi e guizzi, una sorta di laboratorio infinito. Partire da un’idea e arrivare a tutt’altra cosa è praticamente il pane quotidiano nella sua vita artistica. O quanto meno questo è quello che racconta.

Il lavoro? Eh, quello al primo posto, ovviamente. Lo vede come la sua forma di resistenza personale, una specie di armatura che la protegge dalle sventure esistenziali. Il lavoro è la sua libertà, la sua forza, la scintilla creativa che le apre la porta verso persone meravigliose, ricche di sensibilità e ambizione, insomma, tutti quei soggetti da manuale che lei adora tanto frequentare.

E cosa le manca, in questa favola moderna? La sua casa dei sogni, quel luogo magico dove poter finalmente piantare radici, rilassarsi e dire “questa è la mia tana”. Roma è la sua città, sì, ma solo in affitto. E così si ritrova in una continua ricerca di un posto un po’ più suo, di quel “posto del cuore” che, a quanto pare, non si trova su nessuna mappa.

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