Teheran si affida all’isola di Kharg per tenere in vita il suo impero petrolifero nel Golfo

Teheran si affida all’isola di Kharg per tenere in vita il suo impero petrolifero nel Golfo
Isola di Kharg, una striscia di terra corallina a circa 24 chilometri dalla costa dell’Iran, che inspiegabilmente si è guadagnata il titolo di zona off-limits per le micidiali forze di USA e Israele. Nonostante la guerra stia dilaniando la regione da più di una settimana, nessuno ha pensato bene di mettere le mani su questo piccolo, ma crucialissimo pezzo di terra. Che coincidenza, vero?

Per chi avesse voglia di qualche numero per impressionarsi, Kharg controlla l’80-90% delle esportazioni di greggio iraniano, roba da capogiro e un bel nodo alla gola di tutti i bulli dell’energia. Le petroliere passano da lì per raggiungere il mondo esterno attraverso lo stretto di Hormuz. E non scherziamo: la capacità di carico di questa isoletta è qualcosa come 7 milioni di barili al giorno, così, per dare una dimensione di quanto potrebbe saltare tutto in aria se qualcuno decidesse di metterci le mani.

Ovviamente, la “poi-vediamo” retorica delle potenze occidentali è la seguente: occupare l’isola significherebbe mandare un bel messaggio all’Iran, stroncando quella che loro definiscono “la linfa vitale” del regime. Che peccato però: servirebbe un’operazione di terra, roba che fa paura anche ai più muscolosi dell’America, che al massimo preferiscono fare anniversari di raid aerei stile “mordi e fuggi”.

Petras Katinas, brillante ricercatore inglese specializzato in energia e difesa, si sbilancia via email a una fonte influente:

“Se si bloccasse lo stretto di Hormuz, export zero. Ma nel lungo termine, la presa militare dell’isola diventerebbe una leva potentissima nei negoziati con chiunque siederà al potere dopo questa faticosa maratona.”

Un’operazione di terra? Eh, sì, ma per ora l’amministrazione statunitense sembra volersi limitare a colpi di cannone dall’alto, probabilmente per togliersi l’abitudine di rischiare davvero qualcosa. Nel frattempo, i futures sul petrolio faticano a stare sotto quota 100 dollari, festeggiando con salti da oltre il 10% ogni volta che cade una bomba su qualche deposito di carburante iraniano.

Immagini pure le gioie che arriverebbero se scattasse quell’illusione di grande vittoria per l’America: secondo l’esperto Tamas Varga, sarebbe quasi un remake del tenebroso intervento a Venezuela di qualche mese fa, con la differenza che questa volta i droni iraniani potrebbero replicare con una bella serie di conati bellici aerei sulle forze d’occupazione. Fragilità garantita, ma con effetto scenico assicurato.

Qualcuno ci ha calcolato che il 20% dell’energia mondiale passa da quella stretta fetta di mare chiamata Stretto di Hormuz. Immagini cosa succede se si decide di bloccarla, tanto per movimentare un po’ la baracca e far ballare gli equilibri geopolitici in salsa petrolifera.

Intanto, si parla – e chi non lo farebbe? – di un presidente Donald Trump tentato da un colpo da manuale per incassare voti e applausi sulla pelle dell’Iran. L’ex capo della situazione strategica alla Casa Bianca, Marc Gustafson, non ci va piano: prendere Kharg significherebbe mettere su un teatro di guerriglia di almeno qualche settimana, con droni persiani che diventerebbero i peggiori incubi dei soldati statunitensi.

Ovviamente, il tutto a fronte di un probabile rincaro dei prezzi del petrolio, e anzi, non si escludono nemmeno atti di “autodistruzione” che gli iraniani potrebbero mettere in scena distruggendo quel benedetto oleodotto che alimenta l’isola – alla faccia del proprio regime e della loro sopravvivenza economica, che tanto a quelli piace giocare a tutto gas.

Jan van Eck, il CEO di un importante fondo d’investimento, canta la sua: l’isola di Kharg è il tallone d’Achille dell’Iran. Lo raccontava con strana serenità in tv qualche giorno fa:

“Il 90% del petrolio iraniano arriva da lì, è il nodo da tagliare per bloccare i loro introiti. Se Trump dovesse giocare la stessa mossa che fece in Venezuela, taglierebbe le entrate in valute forti e metterebbe il governo di Teheran con le spalle al muro.”

Insomma, una partita a scacchi con torture varie: bloccare il petrolio, tenere in ostaggio la linfa economica di un Paese, e magari, mentre si nasconde dietro alle quinte, godersi l’aumento vertiginoso dei prezzi di un greggio già alle stelle. Che spettacolo. Ma non dimentichiamo di applaudire la cautela dell’America, che fino ad ora ha preferito il lancio di bombe da drone invece di sporcare davvero le scarpe nella sabbia della Kharg.

Se non è pura ironia geopolitica questa, allora che cos’è?

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