Svizzera svela i suoi archivi oscuri su Mengele il medico di Auschwitz che nessuno voleva riscoprire

Svizzera svela i suoi archivi oscuri su Mengele il medico di Auschwitz che nessuno voleva riscoprire

L’intelligence svizzera ha finalmente annunciato che aprirà quei misteriosi faldoni su Josef Mengele, il medico delle SS noto anche come “l’Angelo della Morte”. Peccato che, come al solito, la data per questo grande evento sia un segreto degno di una spy story da quattro soldi. Mengele, quel simpatico criminale nazista, si è dileguato dall’Europa postbellica con la stessa eleganza con cui evitava le grinfie della giustizia internazionale. E per anni, a quanto pare, avrebbe fatto una capatina in Svizzera, il Paese che, tra cioccolato e orologi, forse nascondeva qualche scheletro in più negli armadi. Storici in fibrillazione, ma le autorità elvetiche hanno sempre fatto spallucce, finché non hanno deciso che ora forse è il momento di lasciare intravedere cosa si cela dietro quella cortina di silenzio. E sì, per chi non lo sapesse, Mengele non era certo un medico da Nobel: all’odiatissimo campo di sterminio di Auschwitz, selezionava chi vivere, chi morire, preferibilmente nelle camere a gas. Per un panorama sanguinoso e imparziale, si stima che lì morirono circa 1,1 milioni di persone, tra cui circa un milione di ebrei.

Chiaramente, la storia di Mengele è anche una storia di “buone” nuove identità: dopo aver indossato con orgoglio la divisa delle Waffen-SS, si è improvvisamente trasformato in un turista modello, con tanto di documenti falsi firmati con la benedizione della Croce Rossa presso il consolato svizzero di Genova. La fuga in Sud America fu quindi un gioco da ragazzi. Se pensavate che la Croce Rossa fosse solo un’istituzione angelica, ecco la bella sorpresa: ha prodotto documenti per migliaia di senza patria (nella migliore tradizione dell’assurdo), ma ha anche permesso a qualche nostalgico nazista di cavarsela più facilmente. In occasione del 50° anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau, il presidente di allora, Cornelio Sommaruga, si è degnato di una scusa ufficiale, perché, si sa, i ricordi brutti vanno affrontati a colpi di retorica.

Peccato però che la reale relazione di Mengele con la Svizzera rimanga uno degli arcani più osceni della storia recente. Il fatto che il buon dottore abbia fatto qualche vacanza sulle Alpi svizzere nel 1956 con il figlio Rolf è solo la punta dell’iceberg. La storica svizzera Regula Bochsler ha scovato indizi che suggeriscono un ritorno di questo gentiluomo anche dopo il 1959, nonostante un mandato di cattura internazionale pendesse sulla sua testa come una spada di Damocle. E udite udite: nel giugno 1961, i servizi segreti austriaci hanno addirittura avvertito le autorità svizzere che Mengele transitava sotto falso nome, potenzialmente ancora una volta comodamente sul suolo elvetico. Insomma, la neutralità svizzera non si applica mica solo ai mercati finanziari, ma pure al riciclaggio di nazisti in fuga.

Nel frattempo, la signora Mengele si era scelta una sistemazione all’avanguardia: un appartamento a Zurigo. Non in centro ovviamente, niente lusso sfacciato, ma una periferia modesta, curiosamente vicina all’aeroporto internazionale, perfetta per una fuga last minute o una visita clandestina. Secondo la signora Bochsler, “Ci sono indizi che Mengele stesse progettando un ritorno in Europa nel 1959”. E qual è la prova regina? Proprio quell’appartamento in affitto in periferia, perché sì, pare che anche i mostri abbiano bisogno di un posto dove nascondersi, ma senza farsi notare troppo. E a pensare che la famiglia Mengele poteva tranquillamente permettersi una villa da sogno… ma evidentemente il low profile va di moda anche nell’orrore.

Per non lasciare senza parole, testimonianze di sopravvissute come Lydia Maksymowicz aggiungono un tocco di beffarda realtà a questa insopportabile trama. Sopravvissuta per tre lunghissimi anni al lager di Auschwitz, Maksymowicz racconta senza filtri il peso indelebile lasciato dalla barbarie e ci regala un paradosso struggente sul mondo che stiamo lasciando alle future generazioni: in un’epoca in cui le guerre sembrano materia di cronaca televisiva, lei non credeva che sarebbe mai dovuta vivere per vedere un’altra follia bellica.

In definitiva, la storia di Josef Mengele e il suo misterioso legame con la svizzera neutralità si stagliano come un inquietante monito: nessun rifugio è troppo sacro per chi ha sangue sulle mani, e nessun documento può nascondere per sempre le tracce di un passato che grida vendetta.

Bochsler ha messo le mani su documenti segreti della polizia di Zurigo che testimoniano un fantastico episodio di sorveglianza civile del 1961: l’appartamento di una certa signora Mengele, ovviamente sotto la lente. Gli agenti, in un atto di dettagliata meticolosità, annotarono persino che la signora in questione guidava una Volkswagen, elegantemente accompagnata da un individuo ignoto. Ovviamente, nel 2019 la povera storica si è vista negare l’accesso ai documenti della polizia federale svizzera, conservati gelosamente negli Archivi federali, perché – a quanto pare – aprirli prima del 2071 potrebbe far saltare la sicurezza nazionale e mettere a rischio la riservatezza dei suoi benedetti discendenti. Si vede che un po’ di trasparenza storica deve aspettare, giusto un paio di decadi.

Nel 2025, il temerario storico Gérard Wettstein decise di muoversi sulla stessa pista, tentando di sbirciare in quei fascicoli arcani. Considerando “ridicolo” mantenere il segreto per altri quarant’anni, decise di fare causa allo Stato svizzero, raccogliendo la modica cifra di 18.000 franchi svizzeri tramite crowdfunding. Facendo un miracolo repentino, il Servizio federale d’intelligence cambiò idea e promise accesso: peccato che l’entrata fosse subordinata a “condizioni e requisiti ancora da definire”. Del resto, chi non vuole un po’ di suspense?

Naturalmente, non tutti si aspettano rivelazioni bomba. Sacha Zala, capo della Società Svizzera di Storia, ipotizza che quei documenti siano più un archivio di servizievoli servizi segreti esteri o di spie internazionali, forse persino del leggendario Mossad, intento negli anni ’50 a cacciare nazisti latitanti. Ma d’altronde, il segreto morboso sembra parlare più di Svizzera che di Mengele stesso.

Jakob Tanner, membro della leggendaria Commissione Bergier degli anni ’90, quella che scoprì che la neutrale Svizzera non era poi così neutrale nei confronti di Germania nazista, ci ricorda che durante la guerra le autorità elvetiche rigettarono rifugiati ebrei sulle frontiere, mentre le banche custodivano i beni di quelle stesse famiglie destinate allo sterminio. Insomma, una vera lezione di coerenza. Tanner ritiene persino plausibile che nel 1961 Mengele abbia scelto proprio la Svizzera come rifugio sicuro. Dopotutto, dopo la clamorosa cattura di Adolf Eichmann in Argentina da parte del Mossad nel 1960, molti nazisti sudamericani temevano di avere la prossima medaglia al valore… preferendo tornare in Europa dove si potevano contare amici e parenti complici.

Mengele, ovviamente, non fu mai arrestato né portato davanti a una corte per i suoi atti di pura bontà, morendo tranquillamente in Brasile nel 1979 e sepolto sotto falso nome, per la gioia di tutti noi appassionati di misteri storici.

Le congetture su una sua vita clandestina continuarono a infiammare immaginazioni e teorie dei complotti per decenni, fino al 1992 quando un test del DNA (e che suspense!) confermò che quel corpo riesumato era proprio il suo. Pace all’anima sua, insomma. Ma davvero era passato di nuovo dalla Svizzera?

Le autorità svizzere, con la classe che le contraddistingue, hanno preferito ignorare tutto per evitare uno scandalo internazionale, oppure si tratta semplicemente di un’altra leggenda metropolitana attorno a uno dei criminali più orrendi del XX secolo? Come dice Wettstein:

«Forse non sapremo mai la verità completa. Forse non scopriremo mai se Mengele sia davvero passato di qui… ma almeno potremmo cominciare a vedere le cose un po’ più chiare.»

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