Dopo un’epopea di lavori degna di un film horror, Torre Velasca torna finalmente al centro delle attenzioni milanesi, ora con una nuova personalità che, guarda un po’, tenta di far dimenticare il passato di grigia torre burocratica. Il progetto di rigenerazione, firmato da Hines e curato dagli inossidabili Asti Architetti, ha miracolosamente trasformato questo controverso emblema del Novecento italiano da simbolo di burocrazia a “vertical lifestyle destination” che, ci dicono, resterà in fermento dalla mattina fino a tarda notte. Insomma, oltre a uffici, adesso si fa spazio a residenze, benessere, negozi e ristoranti, come se bastasse appiccicare qualche insegna trendy per cambiare la storia e l’anima del posto.
Ed eccoci al pezzo forte di questa trasformazione epocale: l’approdo di Sushisamba, intoccabile catena nata a New York nel lontano 1999. Se vi state chiedendo cosa c’entri un locale che mescola tecnica nipponica con sapori brasiliani e peruviani a Milano, siete sulla buona strada per capire quanto sia filosoficamente in linea questa operazione. Il ristorante, che ormai farebbe concorrenza a un’agenzia ONU per la fusione culturale, è arrivato in città grazie a Sunset Hospitality Group, che ha pensato bene di piantare la bandierina in un luogo tanto “iconico” quanto amato da residenti nostalgici e critici da tastiera.
Lo spazio milanese riprende pedissequamente il format internazionale del brand, concepito praticamente come una caccia al tesoro tra sala principale, sushi bar, cocktail bar, e perfino una private dining room, degna di un sociale esclusivo. Naturalmente non poteva mancare la Sambaroom, quella stanza “segreta” dedicata al dopocena, dove dj set e performance live tentano di fare dimenticare il conto finale, a volte più sofisticato del menù.
Il menu vi offre la gioia di cominciare con Aperitivos e Small Plates (spesa indicativa tra 9 e 35€), perfetti per chi ama condividere lo scontento per i prezzi. Troverete edamame, gyoza, tempura, guacamole con l’aji amarillo e persino taquitos croccanti di aragosta, wagyu o tofu, perché la carne non manca mai, anche se costa il suo. La sezione crudi, con prezzi tra 14 e 55€, propone ostriche, tiradito di salmone all’arancia con quinoa croccante, ceviche di tonno o branzino, e non mancano caviale Osietra e Beluga per quei pochi che hanno il coraggio di sborsare. Robata? Sì, la griglia giapponese a carbone propone un bouquet che va da pollo e melanzane in miso bianco fino a prelibatezze come il black cod e aragosta al burro e yuzu, accompagnate da carni di lusso come short ribs australiane, Black Angus e wagyu, che alzano il conto ben sopra i 100€ a piatto – giusto per non far mancare nulla al vostro portafoglio.
Per chiudere in bellezza, i Clay Pots—giganteschi tegami di riso cotti lentamente—propongono dal classico arroz con mariscos fino a combinazioni più sofisticate con funghi, tartufo e uovo onsen. E perché non dimenticare la drink list, altro elemento fondante dell’esperienza, che spazia tra i sapori di Brasile, Giappone e Perù, con prezzi da capogiro tra 12 e 18€.
La novità coreana milanese: KiwonKiwon
Se vi era mancato un localino “cult” con fermentazioni e vini naturali nel panorama milanese, KiwonKiwon in via Macedonio Melloni 35 è pronto a colmare questa grave lacuna. Nato dall’ansia creativa di Carmine Colucci, Emanuele Romanelli e lo chef coreano Haneul “Cielo” Ko, già stella dello storico Jimmy, questo bistrot-vineria di ispirazione coreana vuole regalarvi un’esperienza casalinga a 360 gradi, ma con quella sofisticazione che piace tanto a chi ama la fermentazione naturale e il vino che cambia ogni settimana.
Diviso in due ambienti, offre da una parte una sala walk-in dedicata interamente al vino e dall’altra una cucina a vista con tavoli per la cena. Il menù, volutamente breve e stagionale, si aggira intorno a 8 piatti con prezzi che oscillano tra un generoso 6€ e un confortante 20€. Tra le proposte spiccano la frittella di kimchi, il pollo fritto alla coreana con salsa piccante, i tteokbokki (nocchetti di riso con verdure e salsa speziata), spaghetti di patate saltati con soia e verdure, il kimchi bibimbap con riso fritto, olio di sesamo e parmigiano abbrustolito e, per i più coraggiosi, uno stufato di manzo con costine marinate.
La rivoluzione dolciaria milanese: un viaggio tra pasticcerie internazionali
Negli ultimi anni, Milano ha smesso di essere solo la capitale della moda e della finanza per trasformarsi nella metropoli dei dessert cosmopoliti. Le pasticcerie seguono una nuova mappa: meno italianità tradizionale e più aperture verso il mondo. Le preparazioni tipiche, che un tempo erano religiosamente italiane e leggermente noiose, stanno cedendo il passo a dolci e lievitati provenienti da latitudini più esotiche e intriganti, abbracciando la globalizzazione anche in cucina e sicuramente lasciando scontento chi pensava che il tiramisù fosse l’apice della genialità dolciaria.
Le Nuove Meraviglie Dolciarie di Milano
Sulla scia di questa tendenza, ecco spuntare La Mary Pasticceria in zona Cinque Giornate, un locale piccolo ma ambizioso, nato dalla collaborazione di tre amici con storie diverse, come se la diversità fosse il passepartout per il successo. Qui il protagonista è Laye Dia, un pasticcere di origini senegalesi che ha affinato il suo mestiere in locali milanesi alla moda come Sissi. Il menu? Ovviamente farciture fresche su viennoiserie francesi, pain au chocolat dal profumo che ti distrae dalla vita e torte da mostrare su Instagram, il tutto condito da una proposta salata che tenta di ingannare la pausa pranzo con brioche e quiche. Una rivoluzione? Forse no, ma almeno non si lamentano di innovazione stagnante.
Indirizzo per i più curiosi: Via Marcona, 70.
Dove Fare la Spesa Senza (Troppi) Intermediari
Il Mercato Contadino si autocelebra come la rivoluzione verde che rovescia la filiera, portando freschi prodotti a chilometro zero nelle nostre città. Sembra un sogno: niente più intermediari a succhiare via profitti, solo contadini valorosi che vendono direttamente al consumatore. Ma non illudetevi troppo: la magia operativa avviene solo tre volte a settimana tra Piazzale Principessa Clotilde, Piazza Berlinguer e Piazza Santa Maria del Suffragio. Per i pigri, è possibile ordinare on-line con kilometroduepuntozero — un nome che fa venire in mente un software futuristico più che un mercato agricolo — con la comodità di una consegna unica, sperando che l’esperienza rimanga autentica.
L’Aperitivo? Meglio in Gastronomia
Milano, si sa, cerca costantemente di riscoprire se stessa trasformando le storiche gastronomie di quartiere in lounge ibridi trendy. Prendete Gastronomia Palazzi, sorta a Piazza Risorgimento 4, frutto della rinascita operata da Juliette Bellavita e Marco Magnacavallo. Qui il concetto di “fermata veloce” si allarga: oltre all’asporto e delivery, esiste uno spazio bistrò dove potrete godervi piatti “caserecci” della tradizione milanese e romana (perché mai perdere l’occasione di una lasagna o un pollo arrosto in un ambiente che si ostina a chiamarsi gastronomia). Ah, e manca poco: una cantina di oltre 80 etichette, fra vini naturali e convenzionali, accompagnerà il vostro bicchiere di semplice Campari con vino bianco per l’immancabile “cocktail della casa”. Insomma, una festa per chi ama complicarsi la vita bevendo e mangiando ancora più complicato.
Dove andare? Piazza Risorgimento, 4, se la sete e la fame proprio non vi mollano.
La Pizza del Weekend, con Spruzzata di Romanità
E per concludere la settimana con stile, un saluto ai fratelli Manuel e Nicolò Trecastelli, ormai un marchio di fabbrica notissimo a Roma con la trattoria Trecca. Hanno deciso di esportare la loro sapiente arte anche a Milano con Pantera, un progetto che mescola l’atmosfera da vecchia bottega di quartiere con l’energia urbana di una città in continua metamorfosi. Tra i soci spicca il rapper Noyz Narcos, perché nulla dice “pizza” come un featuring musicale. Il menu è un classico omaggio alla tradizione romana, con pizza al taglio sottile e croccante che sembra quasi voler sfidare il sofisticato palato milanese. La rossa con erbette, aglio e prezzemolo o la bianca con le patate si accompagnano a tocchi più contemporanei, tipo la pizza con pastrami, giusto per ricordare che anche la tradizione può vestire gli abiti della globalizzazione. Il tutto condito da supplì alle rigaglie, memoria struggente di sapori capitolini, e da una selezione di bevande che si prefigge di soddisfare qualsiasi goloso o snob che si rispetti.
Oh, che gioia immensa! Per chi ama il “naturale” e il “biologico” (leggi: costoso e iper-promosso), ecco la nuova chicca che arriva direttamente da Milano. Nel cuore pulsante della tanto decantata Darsena, è stata inaugurata la nuovissima oasi del gourmet consapevole, grazie alla splendida collaborazione con un nome poco conosciuto ma evidentemente imprescindibile: Ales&Co. Perché, si sa, tra birre artigianali e soft drink biologici, non poteva mancare la ciliegina sulla torta di questa rivoluzione alimentare.
Nel meraviglioso scenario di Via Giacomo Watt, 2, ecco la punta di diamante degli eventi culinari milanesi: A la Butega di Tri dela Basa, ospitata nel Mercato contadino di mare culturale urbano, proprio sotto il portico di Cascina Torrette. Qui, tra un profumo di terra e sudore della dura fatica contadina, si celebrano le eccellenze bio, locali e—oh, guarda un po’—artigianali, perché ovviamente, non si può fare altrimenti.
Una manifestazione pensata per i palati fini e per coloro che amano sentirsi superiori grazie alla spesa consapevole. Finalmente si può scegliere solo prodotti stagionali, perché in fondo, chi non vuole essere l’eroe della salute mondiale comprando frutta già tagliata sottovuoto e uova da liberi galline rigorosamente cremasche?
Vogliamo poi parlare delle meraviglie portate da Cascina Zappello di Cremona? Frutta e verdura biologica (selezionata, e quindi più costosa), birra contadina (che ovviamente nessuno osa chiamare industriale), salumi tipici cremaschi e tutto il trionfo della genuinità tanto decantata quanto fotogenica nei social post.
E non potevano mancare i prodigi di Cibus da Mantova, che propongono tortelli di zucca, agnoli di carne, crespelle, lasagne e pasta fresca, la cui presenza è tanto indispensabile quanto scontata in un mercato che si rispetti. Ah, e per chi pensa che un pranzo tradizionale non sia completo senza l’intramontabile grana padano DOP e la mostarda di mele campanine, beh, siete proprio nel posto giusto.
Last but not least, arriva dal Pavia la sostenibile eccellenza di La Roveda: confetture artigianali, sughi, conserve, biscotti fatti con farine speciali, vini autoctoni rarissimi (perché ricordiamoci, raro = buono), parmigiano reggiano di varie stagionature, formaggi locali e persino liquore al poncirus, tutto condito dal pane cotto al legna, che rende tutto più chic.
Un Mercato del Futuro o un Gold Standard per la Hipsteresia?
Naturalmente, l’ingresso è gratuito—perché niente ormai è gratis davvero, e sicuramente spenderete un occhio della testa in altre mille sfumature di prodotti “unici” e “indispensabili”.
Ma non preoccupatevi, questo è solo l’inizio. Il Mercato della Darsena si riconferma ancora una volta faro emissario per chi ama la moda di mangiare bio, anche se spesso si ignora che dietro tante etichette ci sono mode più che sostanza. Qui ogni spesa è un piccolo atto di ribellione contro la globalizzazione del gusto, al costo—ovvio—di un portafoglio non proprio leggerissimo.
In fondo, se si vuole fare i sostenitori di un mondo migliore mangiando solo roba naturale, non bisogna farsi problemi e abbandonare il caro vecchio supermercato. Meglio un sacchetto di prodotti “bio, a km zero e spremuti a mano dai produttori” che un semplice pomodoro da catena industriale. E se questo comporta spendere tre volte tanto, pazienza: la soddisfazione di sentirsi dei paladini dell’ambiente è impagabile… fino al prossimo aperitivo in centro.
Quindi, cari milanesi e amanti di tutto ciò che è trendy e salutista, segnatevi la data del prossimo sabato 29 gennaio, armatevi di borse in tela riciclata e preparatevi a fare la spesa della vostra vita, o almeno quella che vi farà sentire bene con voi stessi e con il mondo. Naturalmente, rigorosamente dentro un contesto culturale urbano che fa rima solo con Instagram.



