Per carpire gli intricati equilibri politici della Regione Lombardia, non serve mica un’enciclopedia: basta buttare un occhio ai vertici delle società controllate. Quei consigli d’amministrazione non sono mica luoghi di meritocrazia o talento, bensì comode poltrone assegnate con generosità dalla giunta di turno.
Ecco che in queste settimane, per decifrare l’ennesima crisi al Pirellone, ci si affida proprio a questa radiografia di nomine: i presidenti e i direttori nominati con criterio democratico, ma soprattutto politico, diventano la chiave per capire dove stiamo andando a finire. Un gioco di potere mascherato da gestione operativa, insomma.
La politica alla guida delle aziende pubbliche: un modello di efficienza
Chi si illude che le società partecipate siano guidate da manager super partes, rigorosamente scelti per competenza, è più ingenuo di un bambino il giorno della Befana. La realtà è ben diversa: il consiglio d’amministrazione viene puntualmente riempito con personalità formato polizza di partito, i cui meriti principali risultano spesso essere la fedeltà e la capacità di fare il favore giusto al posto giusto.
E così, le stesse persone che dovrebbero vigilare sul buon operato delle società finiscono per essere strumenti oscillanti fra propaganda e autodifesa. Chi controlla chi? Spessissimo, si tratta dello stesso gruppo che, se non è in grado di risolvere i problemi, per lo meno si assicura che nessuno li tocchi.
Nomine politiche o barriere all’innovazione?
Le poltrone del potere regionali, si sa, sono limonate dall’eterna battaglia fra fazioni e correnti, ciascuna pronta a piazzare il proprio uomo (o la propria donna) nell’azienda giusta per garantire una rendita di posizione. Naturalmente, questi incarichi sono accompagnati da un inflazionato concetto di “efficienza” e “buona amministrazione” che finisce spesso nel dimenticatoio accanto al manuale di politica 101.
Non ci vuole un genio a comprendere che questa miscela esplosiva di politica e gestione con interessi incrociati rappresenta il principale freno a qualsiasi vero cambiamento. Ma allora perché stupirsi se, anno dopo anno, questi enti ristagnano in un circuito vizioso fatto di sprechi, clientelismo e una pittoresca incapacità di guardare al futuro?
Un’istantanea di come il Pirellone distribuisce il potere
Se vogliamo davvero comprendere il motore che guida la giunta di Milano, non c’è modo migliore che spulciare il tesserino dei dirigenti delle società partecipate. È proprio lì che si cela il vero potere, quel potere spesso nascosto da apparenze di normalità e norme da rispettare, ma che in sostanza si tramuta in una macchina ben oliata di raccomandazioni e scambi di favori.
La parola “crisi” sembra così perdersi nel vuoto burocratico, perché in fondo le dinamiche che sostengono questo sistema sono esattamente quelle che non vogliono neppure pronunciarla: quieto vivere e spartizione garantita.



