Stava male? L’infermeria lo rispedisce a casa senza troppi complimenti

Stava male? L’infermeria lo rispedisce a casa senza troppi complimenti

Un uomo originario di Siderno, piccola perla della Reggio Calabria, è stato trovato morto nella sua cella del carcere di Opera a Milano lo scorso 26 aprile. Sembra che la morte sia avvenuta nella sezione del Servizio di assistenza intensiva, detto simpaticamente Sai, ma ovviamente sulle circostanze e sui tempi precisi nessuno ha ancora tirato fuori una versione ufficiale e coerente. Ovviamente, nessuno sa nulla, la versione ufficiale latita, ed è il solito mistero carcerario. La denuncia arriva direttamente da Bo Guerreschi, presidente della ong Bon’t worry iNGO, che ha avuto la brillante idea di raccogliere le testimonianze dei familiari degli altri detenuti per raccontare una storia che, spoiler, puzza di grave negligenza.

Secondo la narrazione della ong, il detenuto si sarebbe presentato in infermeria il 24 aprile, quindi due giorni prima di schiattare, lamentando un malessere generico. E qui arriva la ciliegina sulla torta: invece di essere curato o anche solo minimamente controllato, sarebbe stato rispedito nella sua cella con un liberatorio “non ha nulla”. Come in un film a basso costo. Domenica successiva, il gran finale: lo trovano morto sulla sua branda, come se la risposta medica fosse stata un efficace rimedio omeopatico a base di indifferenza.

Il fantasma dell’incertezza sul luogo della morte

Qui la sceneggiatura si fa ancora più bislacca. Le testimonianze raccolte tra i detenuti dicono che l’uomo si sarebbe spento nella sua cella, esattamente dove non avrebbe mai dovuto essere lasciato in quelle condizioni. Ma alcune voci, non ancora confermate – perché di conferme stiamo sul pezzo pari a zero – insinuano che forse l’uomo sarebbe stato trasferito in ospedale prima di lasciare questa valle di lacrime. Motivazione? Misteriosa e ignota. Secondo Guerreschi, questa confusione sull’esatto luogo del decesso potrebbe seriamente influenzare la responsabilità del carcere. La direzione di Opera, invece, ha scelto, con elegante silenzio, di non rispondere alle richieste di chiarimento. Sarà mica una nuova forma di comunicazione istituzionale?

Custodia o condanna? Gli obblighi dimenticati

La gestione di una persona in custodia da parte di chi dovrebbe garantirne la sicurezza e la salute è cosa nota, ma evidentemente nel carcere di Opera qualcuno ha deciso di riscrivere le regole. Quando un detenuto denuncia sintomi di malessere, la reazione dovrebbe essere almeno un po’ più seria di un tono affettuoso del tipo “torna in cella, passa tutto”. Se la notizia che l’uomo non ha ricevuto cure adeguate dopo la sua richiesta fosse vera, si può solo immaginare con quanta gioia si apriranno indagini sul comportamento dei medici di turno e sull’intera organizzazione sanitaria penitenziaria. E stiamo parlando di vita o morte, niente meno.

L’esposto e la richiesta di un faccia a faccia che forse non ci sarà mai

La ong ha quindi lanciato la bomba presentando un esposto diretto ai più alti organi della giustizia, la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, per far luce su quella che Guerreschi definisce senza troppi giri di parole una gestione “degradante” del carcere di Opera. Nel frattempo, con altrettanta speranza e spirito di pazienza, si chiede un confronto urgente con il Ministero della Giustizia o con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ma si può già immaginare che risposte davvero trasparenti resteranno un miraggio. Nel frattempo, dietro le mura di Opera, la vita continua – o finisce – e nessuno sembra disturbare troppo il sonno degli amministratori.

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